Chi ha inventato la filosofia? Lo sviluppo del Confucianesimo e il pensiero filosofico cinese di Luciano Calandro

Parlando della nascita della filosofia si finirà sempre per localizzarla nell’Antica Grecia. Eppure anche nell’Estremo Oriente cercavano delle risposte alle domande esistenziali dell’uomo, giungendo a soluzioni diverse.
Anche se in Asia la filosofia era in una veste più religiosa che laica, è tuttora aperto il dibattito riguardo la sua nascita.
Di certo la questione non si risolverà qui. Ma sicuramente una delle due “fazioni” è più ignorata in Occidente, nonostante la pari rispettabilità.

In Grecia la filosofia sorge intorno al VII secolo a.C., quando si iniziò a non affondare più nella mitologia per spiegare qualsiasi fenomeno naturale, ma semplicemente analizzandolo attentamente.
Alcuni studiosi però sostengono invece che la filosofia sia nata in Asia addirittura nel XIV secolo a.C. circa, e che i Greci ne sia stati influenzati attraverso i molti contatti commerciali.

Tuttavia la vera e propria fioritura culturale si ha nella Cina pre-imperiale, ovvero durante il Periodo delle “Primavere ed Autunni” (722-453 a.C.) e quello seguente dei “Regni Combattenti” (453-221 a.C.), nel corso del quale il territorio cinese venne stravolto da sanguinosi conflitti tra stati confinanti per la supremazia; e in questo stato di caos ed anarchia che si svilupparono le correnti filosofiche più importanti, dando vita alle cosiddette Cento scuole di pensiero.
Occorre però precisare che la peculiarità dell’indagine filosofica cinese sta proprio nella sua lingua: come spiega Anne Cheng, “il cinese [antico] non è una lingua flessiva […]: le relazioni sono indicate soltanto dalla posizione delle parole (ricordiamo che ogni segno scritto costituisce un’unità di significato) nella catena della frase”[1]. Quindi c’è l’assenza di teorizzazione alla maniera greca: non vi è nessuna verità assoluta, bensì dei dosaggi.

img_0758
Statua in bronzo di Confucio (foto Wikipedia)

La scuola di pensiero che ha avuto più influenza sulla vita cinese è il Confucianesimo; Confucio (551-479 a.C.), latinizzazione del nome cinese Kongfuzi, divenne una vera e propria leggenda sia dentro che fuori il paese.
I suoi insegnamenti, di carattere sia morale che politico, furono la base dell’istruzione richiesta per chiunque volesse occupare cariche pubbliche. Figura della cultura universale, il maestro Kong non è né un filosofo né un predicatore; del resto il confucianesimo va al di là della dottrina di Confucio: il termine cinese che si è soliti tradurre con “confucianesimo”, ossia ju chia, significa letteralmente “comunità degli uomini colti”. Il suo pensiero semplice ha segnato, nella storia del pensiero cinese, l’inizio di una riflessione filosofica di tipo personale.
I suoi insegnamenti si sono tramandati attraverso I Dialoghi, un piccolo libro basato sugli appunti di discepoli e allievi che riferiscono le parole del Maestro. Come Socrate infatti, non compose alcuna opera scritta. La sua famiglia risiedeva da tre generazioni nello stato di Lu (costa orientale della Cina), per cui ricoprì incarichi di primo piano; successivamente dopo il 497 a.C., per ragioni legate alle lotte tra i principi, vagò di regno in regno seguito da alcuni discepoli.

Come nel caso di Platone di fronte alla crisi dell’antica istituzione della polis, la base storica del pensiero di Confucio fu il disgregarsi della vecchia struttura feudale e del suo sistema etico, per l’avvio di quel processo di trasformazione che avrebbe portato alla fondazione dell’impero unitario sotto la dinastia degli Han.
“Io tramando, non creo. Stimo e amo gli antichi, miei maestri”[2], su questo basava il suo insegnamento; Confucio infatti si proponeva di trasmettere la tradizione degli antichi, interpretandoli attraverso i propri principi etici.
La sua “predicazione del bene” esaltava l’amore per l’umanità (jen) e l’equità (yin), considerando l’uomo – ogni uomo – come un essere capace di migliorarsi all’infinito. Da ciò la centralità dell’educazione, non solo teorica ma con implicazioni pratiche, la cui finalità consiste nella formazione di un uomo capace di servire la comunità, sul piano politico, e di diventare junzi (lett. “figlio del signore”) sul piano morale.
Egli credeva che un sistema di governo efficace dovesse basarsi su un preciso schema di relazioni fra gli individui: considerando lo stato come una grande famiglia, individuava i rapporti non egualitari nella famiglia come nella società. Per cui il rapporto padre-figlio si rispecchiava nel rapporto sovrano-suddito. Però, nonostante l’impostazione gerarchica della società, Confucio presupponeva l’eguaglianza degli uomini, perché simili per qualità naturali, ma diversi per attitudini acquisite. Egli stesso alla fine sosteneva che “Il mio insegnamento è rivolto a tutti, senza distinzioni”[3].

Tomba di Confucio (foto da Wikipedia)
Tomba di Confucio (foto da Wikipedia)

Dopo la sua morte, gli Han adottarono il confucianesimo come ideologia ufficiale del nuovo impero e la sua figura si innalzò a divinità: gli furono elevati templi pubblici e gli si tributavano onori solenni. Il suo pensiero assunse carattere religioso. Parzialmente accantonato durante le “Sei dinastie”(220-618), venne ripreso subendo alcune trasformazioni per l’influenza del taoismo e soprattutto del buddismo, sviluppandosi in una nuova scuola di pensiero nota come neoconfucianesimo.

A contrastare il confucianesimo fu una scuola detta dei Legisti: elaborata da Han Fei Zi (…-233 a.C.) e Li Si (280-208 a.C.), questa scuola sosteneva che la natura umana è incorreggibilmente egoista e che l’unico modo di mantenere l’ordine sociale era l’imposizione di leggi dall’alto, applicate con severità. Distinguevano tra morale e politica, proponendo un governo autoritario basato sulla legge (fa), sul potere (shih) e sull’arte del governo (shu). In realtà, durante la dinastia Han, si operò una sintesi di elementi confuciani e legalisti.

L’altra scuola che forgiò l’ossatura ideologica di un impero ormai unificato fu il Taoismo (Dàojia), fondata da Lao-tzu (369-286 a.C.); lavorando come archivista per la corte reale Zhou conobbe anche Confucio.
Secondo la leggenda, Laozi sarebbe partito per dirigersi ad ovest; quando giunse all’ultimo passo prima della steppa, il guardiano del passo gli chiese di lasciare qualche scritto prima di andarsene: lì Laozi scrisse le circa cinquemila parole del Daodejing (Classico della Via e della Virtù), poi se ne andò senza lasciare traccia. L’opera che porta il suo nome è completamente diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta, perché si ha qui una serie di versi ritmati e rimati; il suo pensiero procede per aforismi e metafore.
L’attenzione del taoismo si incentrava sull’individuo inserito nel regno naturale piuttosto che sull’individuo inserito nella società. Di conseguenza, lo scopo finale della vita di ogni individuo era la ricerca dell’armonia seguendo la Via (Dao) dell’universo: “Il grande Tao [secondo la vecchia trascrizione] scorre ovunque, verso sinistra e verso destra. Ama e sostenta tutte le cose, ma non domina mai sopra di loro”[4].
Laozi respinge esplicitamente il rigido moralismo confuciano, invitando all’”agire senza agire” (wuwei); ovviamente il “non-agire” non consiste nel non far nulla ed incrociare passivamente le braccia, ma nell’astenersi da ogni azione aggressiva, volontaria e non, per lasciare agire la potenza del Dao.
Un pensiero quanto mai paradossale con uno stile singolare, quasi oscuro.

Mozi (foto da Wikipedia)
Mozi (foto da Wikipedia)

Un’altra scuola rivale del confucianesimo fu il Moismo (Mòjia), sviluppata dai discepoli di Mozi (470-391 a.C.); visse in piena transizione fra l’epoca delle “Primavere ed Autunni” e quella dei “Regni Combattenti”, e come Confucio, anche Mozi avrebbe peregrinato di regno in regno per cercare di mettere in atto le sue idee.
La sua opera si differenzia nettamente da quella di Confucio: poche informazioni sul personaggio, priva di umorismo, forma pesante e ripetitiva.
La sua filosofia era basata sull’idea di amore universale: “Tutti sono uguali davanti al cielo”. Il Cielo si trova ad essere personificato, nel ruolo di giustizia retributiva. Per cui anche la sua idea politica era quella di una monarchia d’ispirazione divina: i sudditi dovevano obbedire al sovrano, e il sovrano doveva sempre seguire la volontà del cielo; quest’ultimo poi, nella scelta delle persone addette alle cariche pubbliche, avrebbe dovuto considerare le loro virtù e non la loro nascita.
Già Confucio aveva dato priorità alla qualità morale rispetto alla nobiltà di nascita, ma Mozi introduce l’ideale di uomo capace, delineando così una comunità meritocratica, tutt’altro che cementata dai legami familiari confuciani.
L’ultima parte dell’opera è dedicata a tecniche militari a sostegno delle convinzioni pacifiste della scuola; Mozi proclamava la superiorità della pace e considerava la guerra uno spreco di forze.
Per tutta la durata del periodo pre-imperiale il pensiero cinese era destinato ad essere dominato dall’opposizione degli insegnamenti confuciano e moista. A partire dall’età imperiale, il confucianesimo, dopo aver assorbito in gran parte le tesi rivali, avrà la meglio.

Tra le cento scuole di pensiero di questo periodo, merita considerazione anche quella dei Naturalisti, meglio nota come scuola dello Yin-Yang; le teorie filosofiche di questa scuola tentavano di spiegare l’universo in termini di forze primarie della natura: le forze complementari dello yin (buio, freddo, femminile, negativo) e dello yang (luce, caldo, maschile, positivo) e i cinque elementi (acqua, fuoco, legno, metallo, terra).
Quindi, nonostante il dibattito sulla nascita della filosofia veda ancora molti studiosi fronteggiarsi, non si può di certo non riconoscere il fascino e la grandezza di una riflessione alternativa quale è quella cinese.
Per cui quale miglior conclusione se non Confucio:
“Se al mattino hai capito il senso vero della vita, la sera puoi anche morire”[5].

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

NOTE

1) Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, p. 16

2) Paolo Ruffili, Confucio – il libro delle massime, p. 79

3) Anne Cheng, ibidem, p. 48

4) Alan Watts, Taoismo – La via oltre la ricerca, p. 19

5) Paolo Ruffili, Confucio – ibidem, p. 85

BIBLIOGRAFIA
     Taoismo- la via oltre la ricerca – Alan Watts ,red studio redazionale, 1999  traduzione a cura di Verena Hefti
   Confucio-il libro delle massime – Paolo Ruffili, Baldini Castoldi Dalai editore, 2006
     Storia del pensiero cinese volume primo – Anne Cheng, Giulio Einaudi editore, 2000, traduzione a cura di Amina Crisma

TUTTOCINA.IT


Luciano Calandro, Benevento. Studente della facoltà di Storia presso l’Università di Bologna.

(149)

Share

Lascia un commento