Chi sta vestendo il lupo da pecora? Di Marta Spadea

Un uomo si avvolge nella bandiera tricolore, sale sul monumento ai Caduti di Macerata e fa il saluto fascista. Pochi minuti prima dal finestrino della sua auto in corsa ha sparato ferendo sei persone.

Luca Traini, 28 anni, incensurato, con un tatuaggio sulla tempia simbolo della “Terza posizione” (movimento neofascista di Roberto Fiore attuale leader di Forza Nuova) è l’artefice di questo teatro dell’orrore.

Un uomo con evidenti passioni fasciste cerca di uccidere sei persone coprendosi con la bandiera italiana, qualsiasi spettatore di un qualunque telegiornale si sarebbe indignato e interrogato con i presenti su cosa ancora ci aspetta dai nostri tempi, su “ma dove andremo a finire”, “ormai hai paura di mettere piede fuori di casa” ma qualcosa salva Traini dall’essere etichettato come il mostro: Traini ha sparato contro degli stranieri. Allora Traini va punito, senza dubbio, ma va anche capito e forse non è nemmeno tutta colpa sua. Ha sparato contro “l’invasore”, il male del nostro bel Paese, lo straniero.

Come ci si comporta quando la vittima è più temuta del carnefice? C’è chi è solidale con lui perché ha espresso, seppur brutalmente, un’esigenza collettiva. Non è scontata l’inclinazione dell’opinione pubblica davanti la vicenda; non chiamatelo fascista ci dicono (seppure l’artefice non faccia segreto delle posizioni politiche a cui aderisce), è un folle, o anche l’espressione portata all’eccesso di un disagio comunemente sentito.

Traini adotta una soluzione suggerita senza troppi giri di parole da gran parte delle forze politiche dei nostri tempi: eliminare il “problema”, gestirlo come un fatto logistico. Non delega, fa da sé e ne va fiero.

Durante una campagna elettorale l’indignarsi contro un gesto razzista arriva ad essere rielaborato a piacimento: non più un dovere civile ma una mossa politica allarmista tipica dei centri sociali. L’antifascismo è clamorosamente colpevole di aver accostato al fascismo il gesto di un uomo che agisce singolarmente e che vive il dramma della convivenza critica tra italiani e stranieri, un uomo esasperato che porta la giustizia laddove la politica fino ad ora non ha saputo agire.

Così il pericolo non è un ragazzo con tatuato un simbolo naofascista che spara a delle persone in strada ma la cornice entro cui il fatto viene inserito da “quelli dei centri sociali”. Silvio Berlusconi, leader redivivo di Forza Italia, durante un’intervista (in fondo in allegato il video)  a “Che tempo che fa” rassicura il popolo e smentisce ogni possibile associazione “il fascismo è morto e sepolto, è storicizzato. A Macerata si tratta di un singolo, assolutamente fuori di testa, che per conto suo ha reagito a notizie che aveva avuto di quella povera ragazza uccisa (…)”. Poi mette in guardia il Paese dai guai dell’antifascismo perché “(…) viene dai centri sociali, perché molto organizzato, perché ha un programma di manifestazioni per loro divertenti, ludiche, pericolose per la democrazia”. L’antifascismo secondo buona parte della politica italiana minaccia la libertà di espressione, la etichetta strumentalizzandola per far divertire i centri sociali. 

A Bologna, però,  il 16 Febbraio non sono scesi in piazza solo i centri sociali ma alcuni sindacati, partiti, singoli, organizzazioni, tutti coloro che hanno capito che c’è clamorosamente bisogno di rendere esplicita la loro posizione rispetto al fascismo, essere “anti”, quindi combattere un sentimento che realmente esiste. Chi spenderebbe energie a lottare contro qualcosa di “morto e sepolto”? 

Concludiamo con le rassicurazioni di Berlusconi: “ricordiamo una cosa: il fascismo e il nazismo sono nati come movimenti socialisti, per arrivare ad essere ciò che sono stati c’è stato bisogno che arrivassero Mussolini o Hitler quindi se non c’è in giro un Mussolini o un Hitler non succederà niente, state tranquilli”.

Tranquilli…

Vox Zerocinquantuno n.20, Marzo 2018

In copertina foto di Michele Lapini

Mappa delle aggressioni di sfondo neofasciste da Google maps

(42)

Share

Lascia un commento