Come restare disoccupati ai tempi del reddito di cittadinanza, di Jacopo Bombarda

Uno dei capitoli più divertenti di Trainspotting di Irvine Welsh ha ad oggetto un colloquio di lavoro di Renton e Spud (riprodotto solo in minima parte nel film): un colloquio per il posto di portiere d’albergo, cosa che nessuno dei due ambisce a diventare; per questo Renton concorda con Spud di fingere davanti agli esaminatori di volere il posto dando però risposte tali da non essere scelto (allo scopo non si farà problemi a confessare la sua dipendenza dall’eroina), e continuando quindi a godere del sussidio di disoccupazione (che sarebbe stato a rischio se avesse mostrato troppo apertamente il suo disinteresse per la proposta ricevuta).

È chiaro che scrivendo quelle righe Welsh voleva criticare un sistema che offriva pochissimi sbocchi lavorativi, poco qualificati e mal pagati, a generazioni di persone che preferivano, perso per perso, rimanere disoccupate e percepire un pur magro sussidio.

Nel pezzo di questo numero, evidentemente, si parlerà dell’annunciato (ma tuttora solo sulla carta) “reddito di cittadinanza”; e se ne parlerà in termini poco entusiastici, viste le premesse.

In un’ottica squisitamente astratta e di giustizia sociale, la misura può anche essere condivisibile: del resto è previsto un reddito simile in tutti i Paesi dell’Unione Europea di ricchezza assimilabile o superiore a quella dell’Italia.

Un governo serio, che davvero intende affrontare e debellare la piaga della disoccupazione giovanile, non dovrebbe partire, come si suol dire, “dalla coda”.

Occorrerebbe una preliminare azione politica che si articoli su due direttrici.

La prima, ovviamente, riguarda tutta una serie di investimenti pubblici, necessari per il nostro Paese, che avrebbero il non trascurabile effetto positivo di aumentare la domanda di lavoro.

Non è un mistero che tali investimenti servirebbero sia in campi ove sono richieste professionalità particolarmente qualificate, sia in settori che richiedono un minor grado di specializzazione.

Si pensi all’industria e a settori particolarmente strategici di essa (acciaio, automobili), ma anche alle innumerevoli opere di manutenzione e riqualificazione di infrastrutture.

Sul punto, dalla maggioranza di governo e in particolare dai 5S, ai quali tramite Luigi Di Maio sono state appaltate le politiche del lavoro, per ora non arrivano risposte convincenti (anzi a essere sinceri non arrivano proprio risposte).

L’altro fronte sul quale bisognerebbe agire è quello dei Centri per l’Impiego, istituti stravolti da tutta una serie di riforme di dubbia efficacia, l’ultima delle quali nell’ambito del cosiddetto “Jobs Act”, che pur avendo tentato una ricentralizzazione delle competenze dei Centri creando l’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive del Lavoro (ANPAL) ha mantenuto le competenze regionali in tema di Centri per l’Impiego (e in questa sede si preferisce non commentare le esternazioni di quanti attribuiscono l’impasse attuale alla vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, poiché la riforma bocciata prevedeva, fra le altre cose, il ritorno alla competenza statale in tema di Centri per l’Impiego).

Orbene, urge ora più che mai una riforma capillare e di sistema dei Centri per l’Impiego, che devono essere finalmente resi pienamente operativi e in grado di offrire una formazione seria, e soprattutto, dotati di maggiori risorse e meglio coordinati fra loro, occasioni di lavoro vere e proprie, che tengano conto delle qualifiche e dei titoli dei richiedenti.

Solo a questo punto sarebbe assolutamente giusto, forse anche doveroso, prevedere una forma di reddito per chi, regolarmente iscritto a un Centro dell’Impiego funzionale e funzionante, versasse in uno stato di disoccupazione da considerarsi temporaneo e transitorio.

Invece si preferisce affacciarsi ai balconi dei palazzi del potere, con proclami roboanti, promettendo soldi senza un piano preciso (peraltro in deficit, cosa da non farsi in un momento come questo, ma se ne potrebbe parlare per ore), intercalando espressioni come “manovra del popolo” e “abbiamo sconfitto la povertà” che suonano a dir poco illusorie e quasi un’offesa all’intelligenza delle persona.

Anzi, del popolo.

Si potrebbe discutere se una tale deriva, o meglio se i suoi protagonisti attuali, siano una causa o piuttosto un effetto (e io ho la mia opinione in proposito, dissonante da quella della stampa progressista mainstream).

Certo è che così come è stata pensata la manovra, per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, è concettualmente sbagliata, a voler essere ottimisti; pericolosa, a non volerlo essere.

Vox Zerocinquantuno n.27, ottobre 2017

In copertina foto da: job4good.it


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge

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