“Con gli occhi al muro” di Antonio Libutti, intervista di Alessandro Romano

I colori e le forme; le geometrie perfette e le figure irregolari; la decorazione dei treni o delle città; le immagini dipinte in antichi borghi e le scritte veloci sulle pareti urbane: diversi stili e tipologie di disegno rientrano nel concetto di street art. Una forma d’arte ricca di sfumature che viene vissuta in diversi modi dai protagonisti.
 In questo numero di CineVox ci occupiamo di un bellissimo documentario che riesce a fare chiarezza sugli aspetti di questa cultura e sui suoi attuali sviluppi. Abbiamo intervistato Antonio Libutti, ideatore e regista di questo lavoro.

Parlaci di te, quando nasce questa passione e qual è stato il tuo percorso artistico all’interno della street art?
Più che alla “street art” ho un percorso legato alla Storia dell’Arte e dell’Architettura Contemporanea. A questa mia formazione ho legato la passione per il documentario d’arte (che in Italia ha una tradizione ben precisa) e per il cinema in generale. Non mi considero un videomaker ma un regista che affronta percorsi di ricerca attraverso la narrazione e la divulgazione audiovisiva. Il documentario per me è un percorso di conoscenza e di studio. Mi reputo fondamentalmente un “artigiano” che ha avuto occasione di conoscere e studiare con grandi nomi come Juan Solanas, Gino Sgreva, Dave Bush (che ha curato l’ambito visual effects per Tornatore e Martinelli). Assieme a Giorgio Muscetta, amico e mio collaboratore da sempre, ho diretto e prodotto il primo documentario dal titolo: “I bambini di Gagliano” cortometraggio riguardante il periodo di confino di Carlo Levi in Basilicata nel 2012. “Con gli occhi al muro” quindi è il mio secondo lavoro.

AEC Interesni Kazki, Grottaglie

Quando, dove e con chi nasce l’idea di questo documentario?
L’idea nasce agli inizi del 2014. Dopo aver letto un articolo su “Il Verri” (riguardante il linguaggio dell’arte espressa sui muri delle città) e dopo aver visto i murales di Ozmo ad Ancona ho avuto l’intuizione che in Italia presto sarebbe cambiato lo scenario… sinceramente non mi aspettavo la recente esplosione di pittura murale.

Qual è l’obiettivo, il messaggio più importante che volevi e speravi di comunicare con la realizzazione del documentario?
Volevo semplicemente narrare i fenomeni legati a ciò che è comunemente noto come “street art”, due termini che oggi provocano allergia agli stessi street artist, ad alcuni critici e anche a certi curatori à la page. A me questi due termini piacciono molto, li avverto come orizzontali, poco o per nulla elitari… mi piacciono più del binomio “urban art” espressione che mi riporta alla memoria l’antica dicotomia latina tra urbanus e rusticus.

Come sta procedendo la sua diffusione? Sei soddisfatto dei risultati ottenuti?
Mi ritengo abbastanza soddisfatto. Questo documentario prescinde dai soliti meccanismi di produzione/distribuzione cinematografica, tant’è vero che non è mai stato presente nei festival dedicati al cinema cosiddetto “indipendente” ma sta circolando nel corso di eventi dedicati al writing o alla street art. In Italia nessuna produzione finanzia film se non ha ritorno economico certo o se non ha un circuito di distribuzione consolidato. I produttori non rischiano e molto del cosiddetto cinema “indipendente” in realtà spesso dipende da fondi pubblici. Questo documentario è una autoproduzione, è opera collettiva di artisti, fotografi, videomakers, musicisti, webmastered è fruibile in streaming all’indirizzo www.congliocchialmuro.com. Internet oggi offre grandi opportunità di diffusione, soprattutto a chi è molto interessato a preservare l’autonomia delle proprie creazioni e poco interessato a riempire le sale. Chi deciderà di vedere “Con gli occhi al muro” on line farà una scelta ben precisa: contribuirà con una donazione a supportare le libere produzioni audiovisive, che in Italia soffrono proprio a causa della situazione appena descritta.

Per forza di cose alcuni artisti preferiscono rimanere nell’anonimato e infatti in alcuni casi non vengono ripresi dalla telecamera. Hai riscontrato difficoltà nella concessione delle interviste?
Tutti gli artisti intervistati si sono fidati e hanno accolto con entusiasmo l’idea. Devo dire che lo scopo del reportage è stato esplicitato fin da subito, soprattutto è stata garantita la totale e vera indipendenza da marchi, etichette o emittenti televisive.

Ext maam scroll – Kobra & StenLex, MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove, Roma

Nel documentario un writer dice che sarebbe meglio definire la street art come una cultura più che come un’arte, soprattutto perché, tendenzialmente, il pubblico di queste opere sono altri artisti che si mettono a confronto. Tu noti un cambiamento in questo senso? Credi che l’arte di strada stia intercettando un pubblico più eterogeneo?
Negli ultimi tempi c’è stata una vera e propria deflagrazione del fenomeno, anche grazie ai social, con un aumento notevole dei fruitori di questa forma d’arte. Tradizionalmente nel writing il graffitaro si relaziona visivamente con altri graffitari sui muri della città o bombando treni. Oggi non è più così o meglio il writing non è più solo questo. L’Italia è piena di festival e di eventi legati al graffitismo o alla street art; alcuni vengono organizzati bene, rispettando le comunità (siano esse comunità di quartiere o all’interno di un istituto di pena) prima che i contesti, altri invece sono un modo come un altro che certo associazionismo o l’impresa culturale scelgono per operare. Quando sento parlare di contesti o di site specific ormai a me sorge subito qualche sospetto. Oggi va molto di moda il termine “operatore culturale”, altro modo per identificare l’imprenditore (che spesso è un noto artista, scrittore, musicista… qualcuno proclamato o autoproclamatosi maître à penser insomma) politicamente ammanigliato che sceglie la “cultura” (ossia l’arte, la musica ecc.) per un tornaconto economico.

Dal video emerge che i graffiti possano avere una funzione urbana importante, di riqualificazione di alcuni territori e che portare “colore” in certe zone possa avere degli effetti positivi anche sull’umore delle persone. Credi che questa possa essere una chiave per portare questa forma d’arte fuori dalla sua dimensione attuale in gran parte ghettizzata?
Io non credo che questa forma d’arte sia ghettizzata, esistono interi quartieri che ormai sono musei a cielo aperto, esistono fior di “criticoni” che hanno fatto la loro fortuna anche grazie al graffitismo o alla street art. Ci sono tanti artisti che hanno acquisito visibilità e commissioni proprio grazie alla “riqualificazione” che spesso è una grande foglia di fico per coprire la marginalità (infrastrutturale, umana e sociale) urbana. In realtà il concetto di riqualificazione è più complesso e fa il paio con quello di rigenerazione urbana. Sono termini che provengono dall’urbanistica e riguardano innanzitutto la pianificazione architettonica all’interno delle città.

Blu, Bologna, XM 24

Nel webdoc si fa cenno a Blu, l’anno scorso, proprio qui a Bologna, cancellò le sue opere per evitare che fossero “strappate” dai muri ed essere esposte in una mostra privata. Tu cosa ne pensi della museificazione dei murales? Se non ci fossero questi “prelievi forzati” ma ci fosse più dialogo tra le parti, credi che potrebbero coincidere arte di strada e arte da museo?
Quello di Blu è stato un gesto libertario che ho apprezzato. Molti street artist e writers sono già presenti in musei e gallerie, altri invece non accetterebbero mai di far entrare la loro arte entro le mura di uno spazio espositivo, continuando a preferire i muri delle strade. Il dialogo tra galleristi, direttori artistici di musei e street artist c’è già ma forse a volte è impostato male, del tutto sbilanciato a favore di una speculazione malamente dissimulata. Credo che i due casi di “musealizzazione” presenti nel reportage siano esempi virtuosi di presenza di una forma d’arte (la cosiddetta “street art” appunto) in uno spazio non consueto per quella stessa forma d’arte. Per tornare a Blu, in “Con gli occhi al muro” quel murale cancellato sulla parete del centro sociale XM24 a Bologna si vede molto bene. Io credo che il valore intrinseco di un reportage sulla street art sia anche se non soprattutto questo: cercare di documentare l’effimero.

Sul sito si legge che la street art non è soltanto “un atto di ribellione” e che certe opere di muralismo – presenti nel documentario – ne siano la prova. Il video parla però di diverse “fazioni”, anche in contrasto tra loro, in cui accanto a chi predilige la tranquillità e la maggiore disponibilità di tempo offerti da un muro legale qualcuno preferisca invadere le pareti urbane con le tag o provare il rischio che deriva dalla pittura di un treno. Credi che questo dualismo interno legale/illegale possa essere in qualche modo un ostacolo per la diffusione e l’accettazione di questa cultura?


La faccenda legale/illegale è avvertita da una parte come la questione del libero arbitrio, dall’altra come il tradimento originario… non so se rendo l’idea (e perdona l’esemplificazione teologica). Credo che sarebbe bene apprezzare i “pezzi” non la legalità o meno dei muri.

Che progetti hai per il futuro?
Sto lavorando ad un nuovo progetto riguardante il patrimonio periferico italiano in rapporto al turismo. Ti sto parlando dalla Val d’Aosta, una regione che ricava più del 70% dei suoi introiti proprio dal patrimonio paesaggistico, naturalistico e storico-artistico. In Italia abbiamo un grande problema: ci si è occupati a lungo di conservazione dei beni culturali (sono nati addirittura corsi di laurea) ma poco di valorizzazione. La valorizzazione è ancora lasciata alla libera iniziativa di pochi o più spesso alla volontà altalenante e alla capacità economica delle amministrazioni (o di alcuni enti che ormai sono veri e propri relitti burocratici oggetto di lottizzazioni politiche). Sto lavorando su questi temi. Per ciò che riguarda “Con gli occhi al muro” posso dirti che avrà presto una nuova distribuzione “dal basso” e che siamo pronti con la versione internazionale (sottotitolata in inglese).

Contadina e ponte-murale a Sant’Angelo Le Fratte, Basilicata

Dalla visone del documentario e dalle parole del regista, emerge come la street art si stia sganciando dalla sua accezione originaria di “fuorilegge” e cerchi di imporsi sempre di più per la produzione di autentiche opere d’arte. Quello che in principio era visto dai più come atto vandalico si è trasformato negli anni in occasione di ornamento urbano ed arriva oggi ad attirare l’interesse del business museale. 
Anche se continuano a permanere diverse correnti di pensiero, sia tra i protagonisti che tra gli spettatori, la cosa importante è che la street art continui nella sua affermazione di arte vera propria e che, come dice Antonio, la si possa apprezzare come tale.

Vox Zerocinquantuno, n 13 agosto 2017

 

#In copertina Levalet, CHEAP street poster art festival, Bologna, 2015


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

(110)

Share

Lascia un commento