Contro l’ideologia del merito di Mauro Boarelli. Recensione di Riccardo Angiolini

Un qualsiasi lettore che, sfogliando distrattamente i libri fra gli scaffali, incappasse in questo saggio potrebbe rimanerne perplesso. In fondo, è lecito chiedersi, perché prendersela proprio con il merito? Spesso ci lamentiamo del fatto che in Italia la meritocrazia sia troppo spesso mancante, soffocata da penose e asfissianti raccomandazioni. Cosa può, dunque, spingere un autore a pubblicare uno scritto con questo titolo tanto ambiguo quanto provocante?

È lo stesso Mauro Boarelli a far chiarezza su questo piccolo nodo iniziale prima ancora di cominciare a raccontarci più nello specifico di cosa tratta il suo libro. Il merito in sé non è da essere inteso in alcun modo come negativo: esso è il motore del progresso e dell’evoluzione sociale in ogni suo ambito. Una società meritocratica non è soltanto sinonimo di efficienza e sviluppo, ma talvolta di sicurezza, ordine e giustizia. A nessuno passerebbe per la testa di augurarsi un mondo dove, nel ruolo di guide trainanti, vi fossero proprio degli inetti, dei soggetti che nulla hanno fatto per ricoprire un tale ruolo.
Fatte queste giuste e dovute premesse, il saggio di Boarelli è incentrato, piuttosto che sulla natura e la giustizia del merito in sé, sulla percezione e applicazione che la società moderna gli ha riservato fino ai giorni nostri.

Fin dagli anni 50 si è diffuso in Europa, grazie all’influenza americana e britannica, il concetto di Welfare State: una forma di organizzazione statale dove tutti potessero svilupparsi liberamente godendo di uguali possibilità iniziali. I partecipanti in questo grande “gioco” avrebbero potuto agire nelle misure prestabilite, facendo del loro meglio e sforzandosi per uscirne vincitori. In questo modo la distinzione fra meritevoli ed immeritevoli si sarebbe compiuta da sé, seguendo il naturale corso di selezione sociale per cui, a parte i diretti interessati, nessun’altro avrebbe dovuto ritenersi responsabile.
In questo tipo di società il merito ed i suoi paladini sarebbero scaturiti da un meccanismo ben oleato e controllato, incardinato a standard e canoni definiti a priori. Ed è proprio a causa di questa peculiarità nella concezione di merito se, secondo il pensiero dell’autore, esistono alcune contraddizioni e criticità.

Per individuarle ed analizzarle Boarelli dedica una sostanziosa parte dello scritto all’ambiente scolastico, luogo per eccellenza dove la meritocrazia occidentale si sviluppa assieme ai suoi limiti. È proprio il giudizio scolastico riservato dagli insegnanti agli alunni l’inizio di un tunnel che non prevede biforcazioni o deviazioni alternative. Gli studenti, oppressi dal feticismo del voto, sono costretti a ricercare l’agognato successo scolastico percorrendo le vie tradizionali dell’apprendimento che incanalano nel filone del giusto soltanto alcune competenze. Il sapere ed il saper fare finiscono così per coincidere col saper essere, ed i vecchi (e antiquati) canoni meritocratici di giudizio finiscono per riprodurre individui con la stessa impostazione mentale nonostante lo scorrere del tempo.

Dalla scuola alla famiglia e infine alla società, questi criteri si sono oramai cementati e irrigiditi. La selezione dei meritevoli continua certamente ad avvenire, mietendo però un numero enorme di “vittime” in partenza. Al primo tentativo di deviare dalla strada convenzionale si è etichettati come sconfitti, uno fra i tanti naturalmente, ma la vita è una corsa in cui chi arranca agli esordi può soltanto essere lasciato indietro.
Una concezione sociale di questo tipo mette i brividi, eppure è largamente accettata proprio perché è divenuta abitudine vedere il mondo così com’è tristemente dipinto, incatenato agli standard che altri prima di noi hanno definitivamente stabilito. La mortificazione prodotta dalla quasi certa sconfitta imminente viene mandata giù come una pillola al mattino, rendendoci chiusi nel nostro individualismo competitivo.

Contro l’ideologia del meritocerca dunque di sfatare questa visione assolutista e totalitarista del merito che ha un unico ed indiscutibile volto. Mauro Boarelli col suo saggio tenta di portare all’attenzione del lettore le criticità di questo sistema meritocratico, sottolineando come non sempre è riuscito ad adattarsi e a funzionare correttamente in Paesi, come l’Italia, diversi per cultura e tradizioni dal mondo anglosassone.

Se come amava asserire Hegel “il vero è l’intero”, i moderni criteri standardizzati della meritocrazia non sono assolutamente capaci di rivelarne alcun riverbero, riuscendo soltanto a riprodurre i medesimi meccanismi di selezione di generazione in generazione. La meritocrazia “adattiva” si è imposta su quella “creativa”, e i vincenti sono coloro dimostratisi migliori nel giocare una partita già giocata, nel percorrere una strada già battuta.
Saremo capaci di dare nuova linfa alla società che conosciamo, innovandola e migliorandola, solo nel momento in cui riusciremo a riconoscere il merito anche in qualcuno considerato sconfitto. In fondo, come suggerisce l’autore, sarebbe solo uno fra i tanti che intravede una via alternativa a quella indicataci per realizzarci.

Vox Zerocinquantuno n.34 Giugno 2019

Foto: storialavoro.wordpress.com

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