Coronavirus, cosa siamo disposti a sacrificare per fermare il contagio. Di Matteo Scannavini

 

In tempi di emergenza, ci si torna ad interrogare sulla misura in cui restringere le libertà personali per far fronte alla minaccia del momento. Nel mondo globalizzato del 2020, assume un ruolo cruciale nella questione l’uso della tecnologia: strumenti potentissimi possono oggi aiutare a contrastare la diffusione del nuovo coronavirus, ma avvalersene apre importanti questioni etiche. Mentre l’Europa si pone ancora i dovuti timori a riguardo, Cina e Corea del Sud hanno già offerto esempi concreti sul tema. In entrambi i paesi, una sorveglianza tecnologica proattiva e intrusiva, imposta nel primo caso e più morbida nel secondo, ha aiutato il sistema sanitario a rispondere con efficacia alla crisi, ottenendo un notevole ridimensionamento del contagio. Con l’interessante differenza che la Corea del Sud non ha nemmeno dovuto bloccare il paese con le severe misure di contenimento della Cina. I dati più recenti mostrano tuttavia una rialzo dei casi nei due stati asiatici, a riconferma di come non esistano strategie preconfezionate per affrontare il virus. L’Europa potrebbe forse prendere spunto dal modello di Seul, ma il passo dovrà essere quanto mai ponderato.

Sarebbe improprio dire che per la Cina fronteggiare il nuovo coronavirus sia stato “più facile”, ma certo è che il governo autoritario della repubblica popolare ha potuto imporre misure draconiane senza farsi troppo scrupolo dei diritti dei cittadini. La geolocalizzazione e il riconoscimento facciale hanno permesso di sorvegliare il rispetto degli spazi della quarantena e di ricostruire i percorsi dei contagiati per individuare i loro contatti. Un’app che attinge dai dati di compagnie telefoniche, registri di trasporti pubblici e compagnie aree, ha consentito alle persone di sapere se avessero interagito con soggetti positivi al virus. Droni hanno individuato le persone senza mascherina e invitato ad usarle, videocamere termiche hanno rilevato le temperature anomale di cittadini potenzialmente positivi. Queste pur discutibili misure di controllo, in supporto ad un’efficiente riorganizzazione del sistema sanitario ed una rigorosa campagna d’informazione, hanno comunque ottenuto i risultati prefissati, come riconosciuto da un rapporto dell’OMS.

La soluzione autoritaria cinese appare a ragione improponibile alle democrazie liberali occidentali, per altro non tutte così tecnologizzate, tuttavia il modello più “soft” di Seul inizia ad essere guardato con interesse. La Corea del Sud si è trovata a dover gestire una decina di migliaia di casa nel giro di pochi di giorni, eppure non era impreparata: dopo l’epidemia di MERS del 2015, era stata emanata una legge per permettere alle autorità l’accesso ai dati di telecamere, tracciamento GPS di telefoni e automobili e transizioni della carta di credito in caso di emergenza sanitaria. I dati e un forte impiego di tamponi hanno permesso di individuare con tempestività le catene di diffusione del nuovo coronavirus e isolare i cittadini positivi o a rischio. Solo questi soggetti sono stati sottoposti a quarantena e controllati attraverso telefonate o, in alternativa, ad un’app di uso volontario. Il governo ha quindi creato un sito dove ha reso pubbliche tutte le informazioni per la lotta a COVID-19: non solo i consigli d’igiene e le statistiche dell’epidemia, ma anche gli spostamenti, piuttosto dettagliati, delle persone contagiate, con indicazioni sul sesso e l’età ma non sul nome. Il tutto è stato accompagnato ad una campagna d’informazione capillare ai cittadini che, forti dell’esperienza MERS, hanno avuto fin da subito accortezza nel rispettare le norme.

Senza paralizzare la vita economica del paese (solo chiusura delle scuole e smart working dove possibile), la Corea del Sud ha così rallentato il contagio. Ma il costo è stato pagato nella violazione della tutela della informazioni personali, che in diversi casi si è tradotta in stigma sociale. La pubblicazione dei dati degli spostamenti dei contagiati, per quanto “anonimi”, ha creato talvolta problemi dei cittadini coreani: in alcuni casi le persone sono state riconosciute dall’incrocio dei dati e discriminate, in altri sono state erroneamente identificate negli spostamenti di qualcun altro e ingiustamente diffamate.

Dopo un periodo di risultati convincenti, una nuova accelerazione dei contagi in Cina e Corea del Sud ha però fatto capire che era troppo presto per cantare vittoria. Quanto, quindi, questi provvedimenti risultano efficaci rispetto alle alternative meno invasive? Fino a che misura è giusto comprimere il diritto alla tutela dei dati dei singoli in favore del diritto alla salute della collettività? Per la prima risposta servono più tempo e dati, per la seconda non c’è un pensiero univoco. Prima di schierarsi a spada tratta in difesa della privacy, bisogna comunque tenere in considerazione che la strategia della Corea del Sud è meno stringente in termini di distanziamento sociale e per l’economia, un’emergenza già oggi e ancor di più nel domani post COVID-19. È pertanto legittimo che anche le democrazie occidentali inizino ad interrogarsi, secondo i criteri di necessità e proporzionalità, sull’uso di misure sulla falsa riga di Seul. Non essendo in Cina, abbiamo almeno la fortuna di poter valutare la questione.

Vox Zerocinquantuno, 2 aprile 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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