Coronavirus, una prova di maturità per tutti. Di Matteo Scannavini

È il tema del giorno di ogni notiziario ed è destinato ad esserlo per molto tempo. Il Corona Virus è una realtà con cui ormai tutto il mondo si sta confrontando, un problema da gestire con le dovute cautele e che impone, nei moderni tempi della iper-connessione globale, un enorme assunzione di responsabilità da parte dell’ecosistema informativo. Il messaggio imperativo per i media deve essere uno solo: diffondere la voce della comunità medico-scientifica e la fiducia nel sistema sanitario e nelle istituzioni. Invocazioni all’apocalisse, caccie agli untori, liti fra virologi e strumentalizzazioni politiche della peggior specie non devono avere risalto in un momento così delicato. Per poter gestire al meglio la questione occorre una narrazione bilanciata, che non ecceda negli allarmismi ma nemmeno svaluti la situazione. In altre parole, per non scatenare il panico, occorrerà saper trasmettere la consapevolezza del rischio.

Per inquadrare la dimensione del problema, occorre fare chiarezza tra la marea di notizie circolate nell’ultimo mesi. Primo, è vero che COVID-19 ha una mortalità molto bassa (al momento intorno al 2% dei casi) e che in Italia il decesso dei soli soggetti anziani è stato concausato dal virus in combinazione con altre patologie, dettaglio importante che avrebbe dovuto essere riportato fin dai titoli degli articoli.

Detto ciò, la conclusione per cui allora non ci sia bisogno di alcuno stato di emergenza non è immediata ma è anzi scorretta. COVID-19 non può essere banalizzato, in base alle informazioni attualmente in nostro possesso, a una normale influenza, proprio perché è un virus sconosciuto, per cui non esiste ancora un vaccino e le cui modalità di trasmissione non sono state decifrate: in alcuni casi i sintomi possono essere così lievi da non essere percepiti dai portatori, che vanno ad incrementare inconsapevolmente il contagio. Ed è qui che sta l’emergenza: il punto principale, solo parzialmente recepito dalla popolazione, su cui la comunità medico-scientifica sta tentando di insistere è che il vero pericolo non sia rappresentato dal virus in sé, che si come detto è raramente mortale, ma dal potenziale tilt a cui andrebbe incontro il sistema sanitario se i contagi subissero una brusca accelerata. Fin tanto che la diffusione resta sotto controllo, la domanda di cura potrà continuare ad essere assorbita e gestita dagli ospedali. Per fare un paragone, l’influenza aviaria era molto più mortale del Corona Virus (60% dei casi) ma causò meno vittime poiché le sue manifestazioni erano più violente e facilmente identificabili, quindi controllabili.

È in questo senso che si spiegano anche le misure più restrittive adottate dalle amministrazioni. Alla fine, per quanto ognuno possa avere diverse percezioni e legittimo fastidio agli ostacoli posti da questi provvedimenti alla vita quotidiana, bisogna dimostrare l’umiltà di adeguarsi e fidarsi delle decisioni delle istituzioni sanitarie e amministrative. Ovviamente serviranno adeguamenti in corso d’opera, e la sfida sarà trovare provvedimenti di contenimento del virus che non paralizzino eccessivamente la vita economica e sociale dei cittadini. Le lezioni universitarie telematiche sono già un ottimo esempio in questo direzione. E, quando i protocolli appaiono più severi e ingiustificati, occorre ricordare banalmente che nessun governo ha interesse nel fermare la propria macchina statale.

Continuando a mettere ordine, il sinistro primato dell’Italia di paese europeo con più contagi non è, per quanto si sa ora, imputabile a evidenti inadempienze nella misure di sicurezza: il maggior numero di positivi al virus rilevato può essere spiegato in relazione all’alto numero di test svolti dall’Italia, ma queste sono ipotesi e stime che al momento contano poco. L’eventuale gioco delle colpe, se proprio interessa, potrà essere fatto in un secondo momento con maggior completezza di dati. Altrettanto futili sono le fantomatiche caccie al “paziente zero”, termine che evoca scenari catastrofici non appartenenti alla realtà e di inutile interesse scientifico: dal momento che i focolai sono stati individuati e isolati, sapere chi sia stato il primo positivo non è un fatto rilevante.

In un articolo di The Atlantic, lo specializzato in medicina preventiva e docente di salute pubblica di Yale James Hamblin, si è pronunciato in merito al futuro di SARS-CoV-2: considerata la fuoriuscita dalla Cina e la crescente diffusione in molti paesi, Hamblin ha ipotizzato come sia ormai da accettare l’idea che il nuovo Corona Virus sia destinato a contagiare nei prossimi anni buona parte della popolazione mondiale, senza che ciò abbia necessariamente conseguenze gravi. Questo probabile scenario dovrà essere digerito dalla popolazione con la giusta forma di comunicazione che non scateni altro dannoso panico: bisognerà soltanto dare credito alla comunità scientifica, che sta lavorando con velocità ed efficacia a livello internazionale. Considerando che le previsioni più ottimiste stimano tra i 12 e 18 mesi per la sintesi di un vaccino, affrontare il Corona Virus sarà un lungo esame di maturità per tutti. Proprio perché i bocciati sono già tanti, dai giornalisti catastrofisti agli svaligiatori di supermercati, occorre insistere individualmente in un continuo appello ed esercizio di comportamenti civili.

Vox Zerocinquantuno, 4 marzo 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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