Coronavirus virgola, di Chiara Di Tommaso

 

 

È da una settimana ormai che quasi ogni articolo che appare sugli schermi dei nostri cellulari, in televisione e sulle pagine dei giornali comincia così: “Coronavirus, …”. Non siamo mai stati più informati su un tema di attualità, ogni secondo abbiamo a disposizione notizie e numeri aggiornati in tempo reale, e di quelle che non facciamo in tempo a leggere che ce ne parla chiunque incontriamo per strada. L’arrivo dell’epidemia in Italia ha monopolizzato da diversi giorni non solo le testate di informazione e le conversazioni, ma la vita del nostro paese in tutti i suoi aspetti, paralizzando la quotidianità dei cittadini, sconvolgendo l’attività politica, colpendo duramente l’economia. Le reazioni della popolazione sono state tra le più disparate, ed è difficile trovare chi abbia le idee chiare sia tra chi si deve occupare di gestire il problema, sia tra chi deve rispettare le decisioni che vengono prese.

 

Se si dovesse condurre un’analisi psico-sociologica sulla paura delle persone nel mondo contemporaneo, il caso del COVID-19 sarebbe sicuramente preso in considerazione tra i più importanti ed interessanti. La velocità a cui si è diffuso il panico probabilmente non ha mai avuto pari nella storia, in quanto solo ai nostri tempi è possibile una diffusione dell’informazione così martellante e rapida attraverso tutti i canali di comunicazione di cui disponiamo. L’essere costantemente connessi e sottoposti all’enumerazione di contagio per contagio ci ha reso estremamente più suscettibili, e quasi fin troppo consapevoli. Ma diversamente da quanto si potrebbe pensare gli effetti che ha provocato questa esplosione sono stati tutt’altro che uniformi. Una parte degli italiani ha reagito adottando misure straordinarie, rintanandosi in casa, comprando tonnellate di mascherine e amuchina, svuotando i supermercati, lasciandosi travolgere da una paura nuova, più che lecita, come se ci si trovasse davanti all’apocalisse. Un’altra parte invece, con grande scetticismo ha fin da subito minimizzato il problema, ridicolizzato i provvedimenti presi, e continuato normalmente la propria vita, se pur molto innervositi e arrabbiati per il caos generale. Astenendosi dal giudicare le reazioni umane, è interessante chiedersi da cosa nasce la percezione del rischio e come uno stesso problema possa essere stato interpretato e affrontato in modo così diverso. Il bombardamento mediatico ha sicuramente alimentato l’ansia dei cittadini, così come le decisioni del governo e degli enti locali di chiudere scuole, università, cinema, palestre e ogni altro luogo di aggregazione, la chiusura di alcune frontiere e il rimborso dei viaggi interni sui treni. Misure che non sono da prendere alla leggera, che hanno forti conseguenze sul metabolismo del paese e che quasi mai erano state adottate in passato. Ma per altri sono stati proprio questi interventi eccezionali dell’esecutivo, che già non godeva di ampia fiducia, a scatenare rabbia e far partire accuse di allarmismo ed esagerazione. Per non parlare di chi si è lamentato dell’immagine rovinata del nostro Paese agli occhi del mondo, o del numero eccessivo di tamponi e controlli che è stato fatto, o della colpa dei cinesi e la loro tradizione culinaria. Non è facile davanti ad una situazione così complessa avere un’idea di cosa sia giusto e cosa sbagliato, non è facile fare previsioni, portare avanti recriminazioni o accuse, proporre soluzioni, eppure tutti sembrano voler dire la loro e sentono di avere ragione. L’unica cosa che forse è sicura è che la verità, come quasi sempre, si trova nel giusto mezzo. Non è la fine del mondo, e soprattutto correre intorno presi dal panico non ha mai salvato nessuno. Ma non è vero nemmeno che si tratta di un nonnulla, e screditare i provvedimenti di contenimento può essere non solo imprudente ma anche dannoso per la collettività, creando ancora più confusione e divisione.

 

Come è stato dichiarato dalle autorità che di questo si occupano, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, siamo davanti ad un’emergenza sanitaria, e l’unico modo per uscirne è che medici, politici, istituzioni e cittadini collaborino. È forse la prima volta che il mondo occidentale contemporaneo si trova di fronte ad un’epidemia di questa portata e deve fare i conti con gli strumenti che ha. Da una parte l’enorme vantaggio dei frutti del progresso tecnologico e scientifico, dall’altra la potente arma dei media e dell’informazione online, che può avere contemporaneamente effetti negativi e positivi. Una sfida nuova, tanto per i governi quanto per i cittadini, della quale non si sanno gli esiti né le conseguenze.

Vox Zerocinquantuno, 2 marzo 2020

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