Crisi continua e rischio democratico: non sottovalutiamo i segnali di pericolo di Michele Sogari

A partire dal 2008 fino ad oggi, abbiamo vissuto in un periodo che è possibile descrivere attraverso l’uso di una singola parola: crisi. Ovviamente, la prima cosa che viene in mente nel leggere o sentire questa parola, è la grande crisi economica iniziata proprio nel 2008 a causa dello scoppio della bolla immobiliare statunitense, che ha sconvolto il mercato azionario e si è poi propagata con gravi ripercussioni a livello globale. Ma con questo termine si intende racchiudere anche tutto un’incredibile susseguirsi di eventi drammatici.

Solo per citarne alcuni, senza alcuna pretesa di esaustività o di ordine cronologico, possiamo nominare la crisi ucraina con la conseguente tensione dell’Europa nei confronti della Russia; la crisi scatenata dalle Primavere Arabe, che sono poi sfociate nella destabilizzazione di quasi tutta l’area mediterranea portando all’esodo dei migranti; la più recente crisi turca, con la svolta autoritaria del premier Recep Tayyip Erdogan; l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Questi sono solamente alcuni esempi più famosi, altri simili si sono presentati senza la rilevanza mediatica assunta da questi.

Farange durante un discorso (foto da fm.cnbc)
Farange durante un discorso (foto da fm.cnbc)

Abbiamo quindi vissuto certamente in un periodo instabile, difficile, movimentato, in cui più di una volta l’establishment politico a livello nazionale ed internazionale è stato messo in discussione. L’esempio forse più illuminante di questo fenomeno sono state le manifestazioni anti-austerity che si sono diffuse in tutta Europa, come risposta all’agenda economica proposta per il risanamento dei bilanci pubblici degli Stati più esposti. Oppure il movimento di “Occupy” (con le varie declinazioni, la più famosa delle quali è Occupy Wall Street), o il movimento degli indignados.
Crisi economiche, crisi politiche, crisi sociali: quasi ogni ambito della vita collettiva ed individuale è stato toccato da almeno un procedimento di rottura e di messa in discussione delle condizioni stabilizzate nel periodo precedente il 2008. In conseguenza di ciò, le forze populiste o xenofobe, e i partiti antisistemici in generale, si sono rafforzati in tutto il mondo, intercettando lo scontento della popolazione per la situazione di disagio e difficoltà che si trova a vivere.
La richiesta di rinnovamento e di cambiamento delle logiche prevalenti di governo si è levata fortemente, da parte di quelle che una volta sarebbero state definite classi subalterne ma che oggi chiamiamo “fasce deboli della popolazione”, palesandosi agli osservatori attraverso i risultati elettorali di tanti Paesi. Esempi di ciò sono la forza acquisita dal Movimento 5 Stelle in Italia (troppo duratura per essere spiegata semplicemente come rabbia verso una classe politica), l’exploit di Podemos in Spagna, la crescita di Alba Dorata in Grecia e la vittoria del fronte del Leave nel referendum su Brexit.

L’ultimo grande sconvolgimento a cui abbiamo assistito è stata la vittoria (a sorpresa) di Donald Trump negli Stati Uniti, in cui l’ago della bilancia del voto è stata l’incapacità del candidato democratico Hillary Clinton di convogliare su di sé i voti delle minoranze etniche e delle donne. Dato interessante da sottolineare, in questa votazione, è il bassissimo consenso che entrambi i candidati avevano nella fascia più giovane della popolazione: nessuno dei due era considerato come il candidato in grado di migliorare la situazione degli USA. Clinton era percepita come la donna del sistema, colei che avrebbe continuato le logiche prevalenti di governo, mentre Trump ha sfruttato la sua immagine di outsider e di antisistema per vincere le elezioni. A rafforzare la lettura antisistemica del voto a Trump possiamo considerare lo stesso exploit di un candidato come Bernie Sanders nelle primarie del Partito Democratico americano: ciò che otteniamo è la rappresentazione di una profonda insoddisfazione rispetto all’establishment contemporaneo.

Manifestazioni contro Trump in America (Foto da universo files)
Manifestazioni contro Trump in America
(Foto da universo files)

Quello che però lascia di stucco è come molti di questi fenomeni siano stati sottostimati fino a quando non si sono dispiegati in tutta la loro forza, fino a quando non è stato troppo tardi per arginarli o fermarli. La questione di fondo sta nel non aver capito realmente quanto disagio e quante difficoltà si nascondevano, e si nascondono tutt’ora, nelle pieghe delle moderne società occidentali. Difficoltà economiche, sociali, culturali, isolamento.
Molte ricerche attestano come le disuguaglianze (sia interne che esterne ai singoli Stati) si siano tendenzialmente acuite dagli anni 80/90 in poi, e di come oggi la polarizzazione sia estrema: basti ricordare lo slogan “We are the 99%” dei movimenti “Occupy”, ed il fatto che le statistiche parlano effettivamente di un 1% di popolazione mondiale che detiene il 50% della ricchezza globale. La situazione è ormai diventata quasi insostenibile, ed i livelli di fiducia nell’azione politica calano di votazione in votazione, come testimoniato dagli ultimi dati sull’assenteismo.

Ulteriore motivo di preoccupazione sono le forti mobilitazioni in seguito ai risultati di votazioni fortemente polarizzate: anche qui l’esempio delle elezioni americane è immediato, visto che si è assistito a vere e proprie rivolte in diverse parti del paese per più giorni, a seguito delle quali la polizia ha risposto in maniera forte e decisa.
Il problema che si presenta ormai riguarda la credibilità del sistema democratico stesso, che da più parti viene criticato, i cui risultati sono sempre più messi in discussione, a causa proprio del dilagante scontento di quelle fasce della popolazione che si sentono escluse, non rappresentate. Questo è un problema che le classi dirigenti dei vari paesi dovrebbero fronteggiare attraverso uno slancio che permetta la ricucitura tra politica e popolo: un ulteriore fallimento aprirebbe scenari assai rischiosi, in cui lo stesso mantenimento del regime democratico potrebbe essere seriamente sacrificato a favore della risoluzione dei problemi che attanagliano la popolazione. Fatto che, tra l’altro, in Europa non si configura assolutamente come una novità storica.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

FONTI:
•http://www.lastampa.it/2016/06/27/cultura/opinioni/editoriali/brexit-quei-giovani-che-hanno-disertato-il-voto-vpXBxYCvcP1mMW2Kvj03LJ/pagina.html
• http://www.tpi.it/mondo/stati-uniti/come-votato-americani
•https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_presidenziali_negli_Stati_Uniti_d’America_del_2016#L.27elezione_generale
• http://www.corriere.it/speciali/xenofobia/
• http://www.lteconomy.it/it/articoli-it/articoli/disuguaglianza-economica-numeri-cause-e-conseguenze
• https://it.wikipedia.org/wiki/Occupy_Movement
• http://tg24.sky.it/tg24/mondo/photogallery/2016/07/02/brexit-marcia-pro-europa.html
• http://www.lastampa.it/2016/11/11/esteri/seconda-notte-di-proteste-anti-trump-negli-usa-molotov-e-sassi-contro-la-polizia-una-rivolta-6B9GUAgrcZ1L9kRImy1CNP/pagina.html
• http://www.unita.tv/focus/non-solo-protesta-ma-rivolta-ancora-in-marcia-contro-trump/


Michele Sogari è uno studente di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Bologna. Le sue aree di interesse riguardano lo studio del mercato del lavoro e delle condizioni di vita dei lavoratori, nonché lo studio delle disposizioni politiche che regolano questi ambiti.

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