Dentro lo “spazzacorrotti”: il chiaroscuro di uno slogan diventato legge, di Matteo Scannavini

Il 18 dicembre, con 304 sì alla Camera, lo ‘Spazzacorrotti’ è diventato legge. I 5stelle hanno così realizzato uno dei loro provvedimenti bandiera con buona pace della Lega, che mai aveva nascosto le proprie perplessità sul tema della prescrizione.

Dopo qualche tentativo, anche interno alla maggioranza, di modifica, il disegno di legge ha superato l’esame delle Camere, in una situazione a ruoli invertiti rispetto all’approvazione del decreto sicurezza. Ora manca solo la firma di Mattarella, cui si stanno appellando a gran voce i penalisti per far sì che rilevi profili di incostituzionalità nella norma sulla prescrizione.

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Per comprendere anche le loro ragioni, presentiamo i principali contenuti del disegno delle legge del ministro Bonafede, un genuino tentativo di provvedimenti severi nella lotta alla corruzione, talvolta drogati da una logica propagandistica che contrasta lo svolgimento dei processi penali.

Insieme al reddito di cittadinanza, i 5stelle hanno da sempre fatto della lotta alla corruzione e ai “furbetti” della Pubblica amministrazione uno dei loro cavalli di battaglia. Il fenomeno gode del resto di un terreno fertile in Italia, da sempre tra le posizioni ‘nobili’ della classifica dei paesi più corrotti d’Europa, insieme a Grecia, Romania e Bulgaria.

Per ripulire la Pubblica amministrazione il ddl di Bonafede ha inasprito le pene previste per i reati di corruzione e introdotto il “daspo” a vita per i corrotti. Si tratta dell’interdizione dai pubblici uffici e dell’esclusione dalla contrattazione con la Pubblica amministrazione per i condannati per reati relativi alla corruzione. Le sospensioni dureranno a vita per pene superiori ai 2 anni di carcere, dai 5 ai 7 anni se inferiori. Gli unici che potranno salvarsi saranno i così detti “pentiti delle mazzette”, infelice denominazione per indicare chi si ravvede, autodenuncia e collabora con la giustizia entro 4 mesi dalla commissione del reato. Questi soggetti, se mai esisteranno in Italia, non saranno punibili.

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Saranno poi potenziati gli strumenti d’indagine con l’impiego dei trojan per le intercettazioni e dell’agente sotto copertura, il cui uso era finora previsto solo in ambito di terrorismo e di criminalità organizzata. Si tratta di un infiltrato che raccoglie prove dirette del potenziale reato senza ruolo di provocatore, com’era invece previsto inizialmente. Quel tipo di figura comportava infatti il paradosso per cui fosse lo stato stesso a mettere un cittadino in condizione di compiere un reato.

Il ddl prevede infine che i contributi versati ai partiti o a fondazioni a loro riconducibili superiori ai 500 euro siano rendicontati pubblicamente, al fine di una maggior trasparenza politica.

Le norme fin qui presentate possono considerarsi globalmente positive, nonostante si possa riservare scetticismo sull’effettiva applicazione di misure così stringenti nella realtà italiana.

A preoccupare è invece lo spinoso nodo della prescrizione: il disegno di legge prevede che dopo la sentenza di primo grado, sia di condanna o di assoluzione, sia sospeso l’istituto della prescrizione, ovvero venga meno quel limite temporale entro cui lo stato è interessato a perseguire un certo processo. Il provvedimento caro a Bonafede entrerà in vigore a partire dal 2020, per dare tempo a una riforma complessiva della giustizia che integri la misura.
Nelle intenzioni del guardasigilli la norma colpisce i processati che restavano impuniti grazie alla scadenza della prescrizione. La volontà, pur ben intenzionata, di braccare chi vuol farla franca ha senza dubbio efficacia propagandistica ma rischia nei fatti di paralizzare il sistema penale italiano.

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Centodieci professori di diritto, insieme all’Unione delle Camere Penali hanno inviato una lettera a Mattarella per chiedere di rinviare il testo della legge alle Camere con messaggio motivato. Secondo i penalisti, il presidente della Repubblica potrebbe rilevare nella norma tre profili di illegittimità costituzionale: lesione al principio di presunta innocenza, poiché il cittadino viene considerato eterno giudicabile, al diritto di difesa, in quanto è più complesso difendersi a grande distanza di tempo dai fatti imputati, e alla durata necessariamente limitata e ragionevole del processo. L’ultimo punto è di rilevante peso nel sistema di giustizia italiano che gli stessi penalisti riconoscono essere già troppo lento e macchinoso, anche ora che i processi non hanno la possibilità di durare all’infinito.

Per tirare le somme, se una legge anticorruzione viene definita “pericolosissima per gli italiani” dal giudizio “discutibilissimo” di Berlusconi sempre alle prese con guai giudiziari, è segno che si sta agendo nella direzione giusta. Se tuttavia la stessa legge muove anche le proteste congiunte di professionisti, membri ed esperti del settore penale, i 5stelle dovrebbero interrogarsi sulla possibilità di fare un passo indietro. La scelta di Mattarella e la riforma della giustizia saranno tra i temi del 2019 e occorrerà ascoltare la voce di chi ha competenza in materia per muoversi nella giusta direzione.

Vox Zerocinquantuno 

 

Foto: gazzettadelsud.it


Matteo Scannavini, 18 anni, studente. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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