Diario de un skin: viaggio tra gli skinhead madrileni, di Alessandro Romano

Tratto dall’omonimo libro, racconta la vera storia di un giornalista che per un anno ha fatto l’infiltrato in un gruppo di skinhead di Madrid. Antonio Salas è il nome fittizio che cela la vera identità di uno dei giornalisti investigativi più importanti del mondo. Tra si suoi libri ricordiamo “El año que trafiquè en mujeres” e soprattutto “L’infiltrato”, libro che narra i suoi sei anni sotto copertura tra le reti terroristiche mondiali nel periodo in cui ha scoperto le relazioni tra Chávez, l’ETA, le FARC, Hamas e al-Qaeda dopo aver vissuto in Venezuela, Palestina, Cuba, Libano, Marocco, Egitto.

Il film apre con l’omicidio dell’amico collega Victor. Vista la riluttanza della polizia ad investigare sul caso decide d’infiltrarsi nell’organizzazione neonazista locale per scoprire mandanti ed esecutori dell’assassinio.
A dargli una mano sarà un poliziotto, anch’egli infiltrato per un anno, il quale, lo metterà subito in guardia su pericoli e difficoltà della sua ricerca. Gli spiega che il fenomeno neonazista è qualcosa di molto più grande “di un gruppo di facinorosi” e che gli affiliati sono persone con una cultura superiore alla media, che coinvolge medici, avvocati, politici, l’estrema destra, persone che studiano il modo per manipolare le menti altrui.

Così Antonio, “armato” di bomber, jeans stretti e anfibi cerca di introdursi nella realtà neonazista madrilena. Entriamo così nel mondo della Madrid più violenta e scura. Scura anche perché le “spedizioni punitive” avvengono di notte, a discapito di immigrati e prostitute, con pestaggi barbari e di inaudita violenza. Il problema per il protagonista non è soltanto dover assistere a questi eventi cercando di non farsi coinvolgere e senza farsi scoprire, ma anche gli effetti collaterali di dover andare in giro per la città vestito da skinhead: lo vedremo quindi scappare da un gruppo di immigrati che lo incrociano per strada o ad avere problemi con la polizia che gi farà controlli senza andarci troppo per il sottile.

Ma il problema più grande per lui sarà cercare di non farsi coinvolgere emotivamente. Il senso di appartenenza è un meccanismo troppo forte. L’unione derivante da uno scopo condiviso ci aiuta a trovare un posto nel mondo e abbandonare il concetto di solitudine. Il “lottare per la causa”, se condiviso, trasforma i rapporti in legami indissolubili.
Data l’intelligenza e la necessità di farsi accettare, Antonio diventa quasi un filosofo del movimento e l’ideologia neonazista si insidia in lui pericolosamente.
Soltanto la volontà di discoprire la verità sull’amico riuscirà a fargli mantenere la retta via e a non perdersi nel suo stesso personaggio.
Munito di telecamera e registratore, con l’aiuto del poliziotto seguirà il suo percorso fino a diventare un vero skinhead che ha “odiato i negri, gli arabi, i mendicanti e gli ebrei” lasciando intendere che liberarsi da certe idee, una volta insinuate, diventa realmente difficile.

Un film interessante, oltre per la tematica, anche perché ci racconta i metodi d’infiltrazione e d’investigazione e di quanto sia necessario sporcarsi mani e immergersi completamente in una realtà scomoda e violenta per poter raggiungere il vero obiettivo.
Lo stile del regista Jacobo Rispa risulta quasi amatoriale, ma ha l’effetto di rendere ancora più autentica la drammaticità dei fatti narrati.

Vox Zerocinquantuno n 8, marzo 2017


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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