Difendersi dalla violenza senza più scuse, di Chiara Di Tommaso

Quando si celebra una festa nazionale, c’è o c’è stato qualcosa di sbagliato. La fine di una guerra, la morte di un lavoratore, lo scoppio di una strage. Quando è internazionale poi, non ne parliamo. A distanza di poco più di tre mesi l’una dall’altra sono fissate sui calendari di molti paesi del mondo due giornate dedicate alle donne: l’8 marzo e il 25 Novembre. Mentre la prima, tra mimose e cioccolatini, è stata col tempo confusa con San Valentino, la seconda è riuscita negli anni a mantenere un po’ di serietà, anche se meno notorietà.

Quest’anno in particolare la giornata contro la violenza sulle donne ha goduto però di eccezionale clamore mediatico e movimento nelle piazze. Chi con un post su Twitter, chi con una foto su Facebook, chi partecipando ai cortei, chi indossando fazzoletti rossi: tutti hanno voluto far sentire la propria solidarietà e vicinanza alle vittime di soprusi e discriminazioni. Tutti improvvisamente, come sempre capita nelle giornate dedicate, hanno voluto annunciare la loro posizione di supporto alla causa. Se da una parte questi eventi danno libero sfogo alle coscienze ipocrite della gente, dall’altra sono occasione per mettere in luce le vere grandi battaglie, che vengono portate avanti da anni con coraggio e costanza da parte di molte associazioni.

Bisogna riconoscere che grazie alle insistenti campagne di sensibilizzazione, alle iniziative e agli eventi promossi da realtà come quella di Nonunadimeno, che tra le altre cose ha organizzato la manifestazione nazionale di quest’anno, in questi ultimi anni si è ottenuta una maggiore e più sincera attenzione verso questo tipo di dinamiche.

Ma un ruolo fondamentale è stato svolto dai “gesti dei grandi”: personaggi politici, famose star del cinema, della televisione e della musica, che con le loro rivelazioni e denunce hanno dato voce alle vittime di una violenza che si fonda sull’omissione e sul silenzio. Con la loro visibilità hanno portato sotto i proiettori una violenza meschina che è difficile vedere, perché si sviluppa nascosta tra le mura di casa.

Un esempio di questo tipo di azione è quella della Fondazione ONLUS Doppia Difesa, fondata da Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno nel 2007. Questa associazione si occupa attivamente di aiutare chi subisce abusi, in particolare nel percorso di denuncia. L’aspetto più difficile di questo “fenomeno multiforme che si verifica in ogni strato sociale e riguarda donne di ogni età”, scrivono le fondatrici, è il processo di riconoscimento da parte delle vittime “della gravità delle aggressioni fisiche e psicologiche”. La violenza domestica infatti si fonda su un meccanismo perverso di accettazione, ricatto e vergogna, che fa sì che spesso chi subisce non abbia il coraggio di denunciare o addirittura non abbia consapevolezza della propria condizione di vittima. Doppia Difesa, oltre a fornire assistenza psicologica e legale e a sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi, si è impegnata moltissimo sul fronte legislativo. La Hunziker e l’On. Bongiorno si sono presto rese conto infatti che ciò che serviva alle donne, prima di ogni altra cosa, erano delle leggi che le tutelassero. Per questo dal 2017 hanno ideato e promosso CODICE ROSSO, una proposta di legge che come suggerisce il nome desse priorità e riconoscesse l’emergenza dei casi di violenza domestica. Questa proposta, grazie alla determinazione delle fondatrici e di chi le ha sostenute si sta sempre più avvicinando al diventare realtà. Il 29 Novembre infatti il disegno di legge è stato presentato al Consiglio dei Ministri e ne ha ottenuto l’approvazione.

Questo codice, che modifica e espande alcuni articoli del Codice Penale, ha l’obiettivo di costituire una “corsia preferenziale” per le denunce di maltrattamenti, lesioni, minacce e atti persecutori nei confronti delle donne. Con l’approvazione di questo ddl da parte del Parlamento si otterrebbe infatti una maggiore rapidità di azione. La polizia giudiziaria, ricevuta la denuncia, dovrà immediatamente mandarla al pubblico ministero, senza poter più valutarne l’urgenza. Il magistrato dovrà ascoltare la testimonianza della vittima entro tre giorni e le indagini godranno dello status di priorità per velocizzare al massimo i processi.

Inoltre, per rendere gli interventi più efficaci, le forze dell’ordine dovranno seguire dei corsi di formazione per la gestione di queste dinamiche, per un migliore approccio alle vittime e ai colpevoli. L’obiettivo è ridurre al minimo l’attesa delle donne che con tanta fatica riescono a trovare la forza di denunciare il proprio carnefice. Questo perché ci si rende conto della fragilità e pericolosità di queste situazioni, che spesso hanno causato la morte delle stesse durante il lungo iter dei processi: uccise in attesa di giudizio.

C’è ancora molta strada da fare, perché le radici di questi terribili episodi affondano nella concezione e nella condizione di inferiorità della donna rispetto all’uomo, disuguaglianza che ha una storia millenaria e che per questo è così difficile da demolire. Non bastano due giornate internazionali, serve una lotta continua, un impegno costante che parta dai singoli e che a piccoli passi faccia sì che per questa violenza e per questa discriminazione non ci siano più scuse.

Vox Zerocinquantuno n.29, Dicembre 2018

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