Dogman: il ritorno di Garrone alle difficili realtà della periferia italiana, di Alessandro Romano

Acclamato al Festival di Cannes, Dogman è l’ultimo film di Matteo Garrone, certamente uno dei più importanti registi italiani contemporanei, divenuto celebre a livello internazionale grazie alla trasposizione cinematografica del best seller Gomorra di Roberto Saviano.
Coraggioso, violento, intenso e drammatico, l’ultimo lavoro del regista romano non può lasciare indifferenti e trasporta lo spettatore nel cuore della realtà più crudele e amara della periferia italiana.

Tratto da un episodio reale di cronaca nera ricordato come “il Canaro della Magliana” (canaro in romanesco è colui che lavora coi cani) che nel 1988 portò all’arresto di Pietro De Negri. Garrone rivisita la vicenda risparmiandoci gli episodi più cruenti ma restituendoci intatte tutte le dinamiche che portarono a quel terribile evento.
La curiosità è che sempre quest’anno è uscito nelle sale un altro film ispirato alle stessa vicenda Rabbia Furiosa – Er canaro con regista Sergio Stivaletti e interpretato da Riccardo De Filippis.

Garrone, con questo film, ritorna ai toni cupi della sua prima pellicola, quel “L’imbalsamatore” che già raccontava la vita di una periferia difficile ove i soggetti psicologicamente più deboli si facevano coinvolgere dalla malavita locale subendone le prepotenze e le intimidazioni.
A guidare il film un cast davvero convincente a partire dal protagonista Marcello Fonte, il quale, a Cannes, si aggiudica il premio come miglior interpretazione maschile. Ma vanno menzionati anche Adamo Dionisi (il boss zingaro di Suburra), Francesco Acquaroli (Romanzo Criminale la serie) e Edoardo Pesce incredibilmente efficace nel ruolo dell’antagonista, un “cane sciolto” violento e completamente furi controllo. Fa anche un cameo Aniello Arena già protagonista di un altro film di Garrone, Reality (2012) ambientato a Napoli e che a Cannes si aggiudicò il Gran Premio Speciale della Giuria.

Dogman segue la linea artistica di Garrone di voler porre una lente d’ingrandimento sulle storie di emarginazione sociale, in cui spesso uno Stato assente lascia che a dominare il territorio siano la paura e l’omertà, ove l’unica via per ribellarsi sia ricorrere ai mezzi propri dato che  la denuncia porta spesso al pericolo delle ritorsioni piuttosto che alla possibilità di essere protetti dalle autorità locali.
Sicuramente il film riesce nel suo intento e non ci si può esimere da riflessioni riguardanti l’ingiustizia che vige in certi territori e sull’impossibilità, all’interno di essi, di non accettare dei compromessi con la malavita locale per poter far fronte alle necessità e alle spese di una vita quantomeno accettabile.
E’ proprio per questo che un finale cruento e al cardiopalma alla fine lascia, più che altro, spazio ad un grande senso di amarezza, per quella che sembra essere l’unica soluzione possibile quando, anche dati una serie di errori personali, ci si ritrova isolati a fronteggiare la realtà di un mondo ingiusto e prepotente.

Vox Zerocinquantuno n.23, giugno 2018


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di“Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”

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