Donald Trump tra “unfit e bluff”, di Matteo Scannavini

La marmite è una crema spalmabile inglese, ha un gusto pungente che non ammette compromessi ed è ben sintetizzato dal popolare slogan: love it or hate it. Questa formula vale anche per Donald Trump, probabilmente la figura più controversa, ingombrante e discussa della scena politica del nuovo millennio. Dal primo giorno di campagna elettorale, Trump ha scioccato l’opinione pubblica con dichiarazioni contrarie ai più basilari principi civili: dalla xenofobia al sessismo, da lampanti fake news a teorie complottiste contro il web, il riscaldamento globale e il coronavirus, la retorica di Trump non si è fatta mancare nulla. Gli scellerati commenti alle manifestazioni per George Floyd hanno ulteriormente aumentato lo scandalo. Davanti a Trump, il giudizio di un cittadino spazia in genere tra l’indignazione e l’incredulità. Eppure, la realtà racconta anche il forte consenso di 63 milioni di persone che lo hanno eletto presidente degli Stati Uniti. Una comunicazione così divisiva, persuasiva e spregiudicata è quindi il prodotto di una fine strategia o di follia narcistica? Se è ragionevole ritenere che il personaggio pubblico di Trump sia curato da professionisti della comunicazione, sembra tuttavia che il suo reiterato superamento dei limiti lo stia portando sempre più a perdere il controllo.

Alla 16esima edizione del Biografilm Festival è in gara un documentario di Dan Partland, “#Unfit: the psicology of Donald Trump”, in anteprima italiana il 10 giugno. La tesi si ricava dall’eloquente titolo: Donald Trump è unfit, ovvero inadatto, alla Casa Bianca, come affermano una lunga serie di psicologi che ravvisano in lui i tratti di un narcisista sadico, bugiardo patologico, apatico e manipolatore. Nelle intenzioni del regista, la diagnosi degli esperti deve essere intesa come avvertimento alla deriva autoritaria in cui rischiano ancora oggi di incorrere le democrazie liberali. L’ultima parte del documentario calca infatti sulle affinità nello stile comunicativo di Trump con quello di Hitler e Mussolini, un paragone estremo e sempre verde ogni volta che un leader populista ha successo. Per quanto apertamente schierato, #Unfit offre anche uno spazio al contro-altare, mostrando le parti sociali più deboli e frustrate a cui Trump ha saputo rivolgersi. L’anti-sistema che trae consenso dai disagiati del sistema è appunto, semplificando, l’essenza di ogni populismo.

Nel complesso, Partland risulta esagerato nel liquidare Trump come mitomane sociopatico, ma certo gli suoi ultimi mesi di governo del presidente, successivi ai fatti ripresi, non screditano quella sentenza. La disastrosa gestione del coronavirus, condotta tra svalutazione del pericolo, fake news sui vaccini, accuse all’OMS e improbabili proposte di cura con iniezioni di disinfettante, aveva iniziato a minare una riconferma elettorale data per scontato. Un ulteriore colpo è arrivato dalle assurde risposte alle proteste anti-razzista per la morte di George Floyd, che tutt’ora infiammano gli Stati Uniti. Trump non ha dimostrato solidarietà verso i manifestanti, anche quando pacifici, ha inneggiato all’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine e twittato che il movimento antifascista Antifa sarà considerato un’organizzazione terroristica. Una dichiarazione impossibile, sia in termini di legge, sia perché Antifà è un movimento di protesta privo di una struttura organizzata e ruoli definiti.

La logica dietro le continue provocazioni di Trump sembrerebbe essere una voluta e progressiva polarizzazione dell’elettorato: una separazione netta tra i fedeli, gli amanti della marmite, i bianchi e ignoranti sognatori dell’American First, e gli altri, i detrattori, sempre più scandalizzati dal suo comportamento grottesco. Un comportamento che, è bene ricordalo, non è solo un’infrazione linguistica del bon ton istituzionale, ma causa di azioni disastrose, come l’uscita degli USA dagli Accordi di Parigi.

“I could shot somebody and I wouldn’t lose any voters” affermava in tono scherzoso, ma a ragione, il futuro 45esimo presidente americano durante la campagna elettorale, a dimostrazione della solidissima fiducia che riponeva nei propri seguaci. Una dichiarazione che richiama la nostrana lezione del Cavaliere, che ben conosceva il pubblico italiano, a cui attribuiva apertamente “l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media, e nemmeno seduto tra i primi banchi”.

La strategia di Trump si è rivelata efficace per vincere le elezioni del 2016 ma la sua esasperazione potrebbe essersi trasformata in un’arma a doppio taglio. Gli ultimi sondaggi vedono Joe Biden, candidato dem e vice-presidente dell’amministrazione Obama, in vantaggio fino a 14 punti sul rivale, la cui riconferma sembrava certa a inizio anno. Hanno inoltre fatto notizia diverse prese di posizione anti-Trump da parte di importanti personalità repubblicane, tra le quali l’ex presidente Bush, il senatore Romney e vari membri dell’esercito.

È ancora presto per dirlo, ma la possibilità che novembre porti un leader quantomeno più responsabile e istituzionale alla prima potenza economica d’occidente sembra oggi più concreta. Tuttavia, che finisca nel 2020 o nel 2024, l’era di Trump non dovrà essere archiviata come incubo, ma studiata come fenomeno profondamente radicato nella storia umana ed ancora vivissimo nella tensione della nostra realtà contemporanea: ci sarà sempre chi subirà il fascino e darà ascolto ai “pazzi” Trump del mondo.

Vox Zerocinquantuno, 11 giugno 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

Foto: Freepik

 

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