Dove le luci non si spengono mai, di Eduard Bercovich. Recensione di Francesca Cangini

“Belle le luci della città, vero?”.
“Si papà, hanno un grande fascino”.
“Riesci a capire da dove provengono?”
“Quella -indicò col dito Danilo- è via Indipendenza e in lontananza si vedono le luci della tangenziale”
“Intendevo dire se riconosci gli edifici….”
“E come faccio?”
“Guarda quelli che adesso, alle due i notte, hanno ancora le luci accese”.
“Si, quello a destra penso sia il tuo ospedale”
“Sì, il “mio ospedale”… Vedi per caso un altro edificio illuminato?”
“Sì, dall’altra parte. Cos’è, una fabbrica?”
“No, è la casa circondariale, la prigione. Questi due edifici me li faceva vedere mio padre e mi diceva: “Camillo, guardati dalle case dove le luci non si
spengono mai”. Sono finito in ospedale come medico, mio pare intendeva
“finire in ospedale” come paziente. L’ospedale mi ha attirato sempre e ancora oggi mi affascina. La galera, invece, mi spaventa a morte il solo pensiero”.

È stato presentato il libro “Dove le luci non si spengono mai” di Eduard Bercovich venerdì 13 ottobre presso la libreria Zanichelli in compagnia di due medici Valter Cortecchia e Mario Schiavina. La storia è ambientata fra i corridoi del Sant’Orsola, ospedale di Bologna, e prende spunto da una storia realmente successa.
Il libro racconta di Camillo Cinque, chirurgo toracico che un giorno accetta dei soldi sottobanco lusingato dalle parole di un paziente. Camillo Cinque a seguito di una denuncia inizia così un iter che lo porterà ad essere radiato dall’albo dei medici ed ad una morte tragicamente in solitudine. Nessuno resta al fianco del professore, che si trova umiliato e senza l’appoggio di nessuno, né il figlio, né la moglie, tanto meno i colleghi o coloro che considerava amici sono in grado di stargli vicino in questo progressivo deteriorarsi fisico e psicologico. Quando il professore Cinque riceverà la notizia di essere stato assolto sarà già morto da tre giorni.
Centrale in questo libro è lo scontro tra i poteri della sanità e della politica. Il libro si snoda infatti seguendo il filo di questo rapporto tra questi grandi medici e questi uomini di politica.
Lo stile è acerbo, e si sente molto, la scrittura è chiara, il romanzo è scorrevole e abbastanza avvincente. La storia è interessante, ma molto spesso rischia di essere banalizzata. I termini medici sono tanti, quasi troppi, tanto che l’autore si è trovato costretto a metterci un piccolo dizionario alla fine del libro in cui spiega il significato. Emergono dinamiche familiari che sono più che comuni e problemi, non proprio leggeri, che moltissimi uomini vivono quotidianamente. Il professor Camillo Cinque vive la sua vita da chirurgo che alla fine assorbe tutto il resto, non c’è più tempo per amare la moglie, per portarla una sera a teatro, non c’è tempo per conoscere il figlio, per chiedergli come sta, né per uscire con gli amici in modo disinteressato, non c’è più tempo per prendersi cura di se stessi. Ciò che ci resta tra le mani è la storia di un grande dottore, con un carattere fragile, con un grande bisogno di essere apprezzato, con la paura di essere messo da parte o che qualcuno potesse essere migliore di lui. E così dopo anni di una vita-non vita il professore perde tutto, perde il lavoro, e cosa gli resta? Gli resta solo vuoto, solitudine e disperazione, non si ricorda più come si vive, cosa si fa quando si ha del tempo libero. E così perde le sue giornate fra alcol e cibo, solo, in una piccola casa lontano da tutti, senza il coraggio di sentire come va il mondo che ha lasciato alle spalle, quel mondo da cui si è sentito rifiutato.

Vox Zerocinquantuno n 16, novembre 2017

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