Editoriale di Danilo Iannazzo

La crisi delle ideologie e il ruolo del leader

Il mondo politico è sempre in continuo fermento. Nuovi partiti, nuovi schieramenti, nuovi leader, nuove espressioni anche comunicative. Ciò che però sarebbe curioso chiedersi è se al di là di tutto ci sia un’idea comune, un concetto che faccia da sostrato all’agire politico oltre i troppo imperanti individualismi che fanno capo ad un leader piuttosto che un altro. La riflessione potrebbe essere estesa anche al principio stesso di aggregazione. Può esistere aggregazione, condivisione di piani comuni senza una leadership altrettanto forte? Una verità è cartesianamente chiara ed evidente perché da una parte la mancanza di ideologie forti causa la difficoltà di concepire piani di aggregazione comuni e dall’altra fa emergere leader che furbescamente cavalcano la crisi annunciandosi come liberatori.
Purtroppo non reggendo più le ideologie, diventa difficile costruire aggregazioni sulla base di opzioni di tipo identitario. Rimane soltanto la fiducia in una persona con il rischio di trasformare, come insegna Max Weber, il carisma di un leader in una forma di potere dittatoriale. Questo, calato in un sistema democratico, provoca solo contrapposizioni violente, perché centrate non sugli ideali, ma su una persona.

La politica anche se con il fiato molto corto seguirà la sua strada e probabilmente la crisi ideologica non rappresenta la fine della politica anche se i tradizionali partiti ideologici, come i cristiano-democratici, i socialdemocratici, i liberali e i conservatori, sono sempre più deboli. Un dato è certo, se non si può parlare di fine della politica occorre sottolineare che l’erosione ideologica indebolisce piuttosto l’adesione politica. In un contesto in cui i partiti politici fanno fatica a mettere in evidenza le loro differenze, viene meno l’accettazione stessa del sistema dei partiti e tutte le controversie assumono un carattere artificiale, finendo per alimentare solo il narcisismo dei principali attori politici.
Chi emerge da questo contesto è il classico politico populista, senza alcun progetto e visione per il futuro, senza l’intenzione di costruire un “ethos collettivo”. Il populismo attuale è solo un modo per dare sfogo alle frustrazioni e alle tensioni; provoca solo rivolte e distruzione. La figura del leader che emerge è per certi versi simile alla definizione del tiranno data da Platone nella “Repubblica” secondo cui la tirannia è caratterizzata dalla figura di un uomo governato dalle passioni, oppressivo e sospettoso, un demagogo populista che rispecchia i peggiori eccessi dell’edonismo democratico e aizza il risentimento delle masse. E dunque se fin dall’antichità sono emerse figure forti, in grado di guidare interi eserciti verso orizzonti politici che non sempre si sono verificati giusti, bisognerà fare molta attenzione così come ricorda nel suo ultimo libro Waller R. Newell “Tiranni” perché il progresso della storia, se esso ha avuto luogo, non ha chiaramente sgombrato il campo dalla tirannia.

Vox Zerocinquantuno n 15, ottobre 2017

 

In copertina: foto da Intellettuale dissidente (“Geopolitica del lepenismo” di Sebastiano Caputo – 7 maggio 2017)


Danilo Iannazzo, giornalista pubblicista dal luglio del 2009. Ha collaborato presso il “Giornale di Sicilia” e ha avuto esperienze con emittenti televisive e radiofoniche. Laureato magistrale in giornalismo e laureato magistrale in Storia e Filosofia. Attualmente docente in diversi licei.

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