Editoriale di Giacomo Bianco

Questa volta bisogna ammettere che la scena l’ha rubata lui, quel Luigi Di Maio sempre in difficoltà nei confronti dell’ingombrante collega vicepremier in termini di popolarità da quando è stato formato il governo, si è preso una bella rivincita. Da giorni infatti non si fa altro che parlare delle scene di giubilo per l’approvazione della “manovra del popolo”, la legge di bilancio che comprende per i prossimi tre anni, tra le altre cose, anche il reddito di cittadinanza, il cavallo di battaglia di tutta l’impalcatura del Movimento. Tralasciando la puerile dimostrazione di gioia espressa dalle più alte cariche 5S dal balcone di Palazzo Chigi e soprattuto i ridicoli e ormai ridondanti riferimenti ai ricordi fascisti che quella scena ha invocato (perché Di Maio non è e non potrà mai essere un Duce per tanti motivi che non staremo qui a spiegare e perché il popolo che avrebbe dovuto arringare in realtà era ben saldo alla tastiera di un pc), quello che più interessa è cercare di capire gli effetti che il RDC porterà nella nostra società, non solo economici ma anche sociali.

Innanzitutto, anche senza entrare dentro alle pieghe del provvedimento, non si può certo trascurare il forte pessimismo emerso sulla modalità di utilizzo di questo reddito che, dalle prime indiscrezioni, sembra dover avvenire nella sua interezza tramite una tessera bancomat e con un pesante controllo “orweliano” sulle spese degli aventi diritto. Ma la colpa più grande della quale si macchia sembra essere quella di aver resuscitato la polemica, in realtà mai sepolta ma che sembrava ormai sopita, grazie all’accanimento degli ultimi anni nei confronti degli stranieri, sul fatto che l’operoso nord debba sostenere il peso del fannullone sud del paese. Conseguenza inevitabile considerato che nella stragrande maggioranza gli aventi diritto al RDC saranno i meridionali e questo, nei contribuenti delle grandi vallate settentrionali, ha fatto riscattare il vecchio sentimento di frustrazione di chi intravede in questa manovra un escamotage che certo non stimola il disoccupato “cronico” alla ricerca del lavoro. Socialmente questo provvedimento torna a scavare un solco sociale profondissimo tra le due anime del paese e grazie a politiche assistenzialiste di questo tipo l’Italia oggi sembra più divisa che mai.

Gli uni lamentano quindi che alla parte che produce toccherà l’onere di sostenere la parte bighellona, scansafatiche e perdigiorno. Offrendo ai quali un reddito senza lavorare, certamente con dei vincoli e dei corsi di formazione da seguire, li si incentiverà non altro che al fannullismo e piuttosto che alla ricerca di un impiego li porterà a trovare il modo per posticipare sempre più in là l’accettazione di un lavoro che rappresenterebbe la perdita del sussidio.

Gli altri, invece, insistono sul fatto che finalmente si stia attuando una manovra per il popolo, per dare qualcosa a chi non ha niente. Non considerano il RDC assistenzialismo ma stimolo per trovare, ancor prima di un lavoro, un minimo di dignità e la forza per ricominciare, entrambe cose perdute a causa delle politiche austere degli ultimi anni. Vantano soprattutto nei confronti dei provvedimenti del passato governo più interesse nei confronti dei bisogni della gente piuttosto che nei diritti civili delle minoranze.

Come sempre la ragione sta in mezzo. Sicuramente questo sarà un provvedimento assistenzialista e che difficilmente risolleverà le sorti del Paese e specie del sud. Si spera in un aumento dei consumi grazie alla possibilità/obbligo di acquisto offerta a chi prima non aveva niente, ma la speranza coccia con i numeri, con i freddi calcoli dell’economia. Nella manovra non sono presenti investimenti che potrebbero rilanciare la situazione economica dell’Italia e già i mercati, a cui la parola speranza non piace, hanno risposto negativamente.

In tutta questa situazione che sicuramente non possiamo definire serena, di buono c’è che finalmente, dopo tanto parlare e promettere, si può discutere sui primi decreti di questo nostro strano esecutivo, insomma qualcosa di concreto su cui iniziare a basare un giudizio che deve essere critico e severo ma anche privo di pregiudizi preventivi che tanto male hanno fatto alla narrazione dei primi mesi di governo.

Purtroppo ormai si fatica a sostenere una discussione ma si fa semplicemente il tifo per l’una o per l’altra parte. Non solo in politica ma in tutte le sfumature della nostra società gli argomenti oggetti di discussione si trasformano, fin da subito, in accese diatribe da stadio.

Possiamo essere tifosi della nostra squadra e della nostra opinione ma certamente non si può trascurare una cosa fondamentale: c’è chi vince e chi perde ma senza l’accettazione della sconfitta ogni tipo di critica perde di credibilità, non a caso oggi ci troviamo senza opposizione al Parlamento (fatto gravissimo per una democrazia) considerato che quelli che sono usciti con le ossa rotte dalle politiche di marzo non hanno ancora neanche accennato ai motivi della loro sconfitta, figurarsi accettarla.

E’ necessario, pertanto, portare rispetto, se non ai vincitori stessi, almeno a chi li ha portati alla vittoria, a maggior ragione se questo elettorato rappresenta due terzi della nostra società. D’altronde questa alleanza di governo non sta proponendo nulla di più e nulla di meno di quello che aveva promesso in campagna elettorale e, con buona pace degli sconfitti, continua a fare mambassa di consensi.

Vox Zerocinquantuno n.27, ottobre 2018


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi

 

In copertina foto da: stream24.ilsole24ore.com

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