Editoriale di Giacomo Bianco

Prima di tutto bisogna fare i cittadini! Poi gli italiani! E quindi gli Europei…Assemblea! Assemblea!”
Passeggiando per Piazza Maggiore a Bologna ci si può imbattere anche in certi esperimenti sociali. Un signore sulla cinquantina, accompagnato da un trombettista, convoca un’assemblea cittadina in seduta stante precisando, ovviamente, che si tratta di un esperimento. Inizialmente i passanti si aggirano incuriositi e anche un po’ timorosi attorno alle due figure, attratti soprattutto dai libri poggiati a terra, da uno sgabello e da una cassetta di arance poste proprio di fianco al duo.
Solo quando un ragazzo si avvicina per chiedere spiegazioni, un altro gruppetto di studenti si unisce immediatamente a lui rendendo possibile il test sociale.

Per creare un’assemblea, sostiene lo sconosciuto, bisogna che esistano tre presupposti fondamentali: il canto corale, la condivisione del cibo e l’assunzione di una posizione pubblica.
Solo allora cominciano ad essere chiari i ruoli sia del maestro trombettista che intonerà diversi inni tra cui quello di Mameli originale e uno rivisitato per l’occasione, la marsigliese e l’inno della Federazione Europea, sia delle arance per la condivisione del cibo tra i membri dell’assemblea e infine anche dello sgabello, solo salendo sul quale, si potrà assumerà una posizione pubblica e si avrà il diritto di parlare.

I ragazzi, ad uno ad uno e diligentemente, esprimono la propria opinione cercando anche di suggerire soluzioni utili per risolvere certe dinamiche sociali che riguardano il loro mondo e la situazione della città, più in generale. Nonostante possano parlare non più di tre minuti sorprende come, invece, utilizzino a malapena solo un terzo del tempo a loro disposizione, fino a che irrompono sulla scena nuovi protagonisti accolti con le solite arance che, con più piglio e grinta dei loro predecessori, prendono subito in mano la situazione e incollano sotto i piedi lo sgabello che consente loro di parlare. L’ideatore dell’esperimento sociale comincia a fare una grande fatica a mediare i loro interventi e, poco per volta, l’esperimento scema e i membri dell’improvvisata assemblea rompono le righe dirigendosi ognuno per la propria strada con il sorriso stretto tra i denti per aver partecipato ad una strana iniziativa ma non essere riusciti appieno ad esprimersi.
E chissà se l’immagine malinconica, ma sicuramente suggestiva, dei ragazzi che abbandonano la finta assemblea di piazza Maggiore, in un mite pomeriggio di tardo inverno, mentre il maestro intona l’inno della Federazione Europea, possa rappresentare un nefasto segno di quel che sarà il risultato elettorale del prossimo maggio.

Si vuol essere fiduciosi pensando che qualcosa sia rimasto di certo a tutti coloro che hanno partecipato a questo esperimento sociale, soprattutto ai più giovani. In fondo non è da tutti giorni provare l’ebrezza di rendere pubblica la propria opinione dal vivo, anche se da un pulpito simbolico, invece che dalle proprie camera davanti ad uno schermo con un mouse. Stessa sensazione che hanno avuto anche gli altri astanti. È stata sicuramente un’emozione curiosa ascoltare dei ragazzi parlare in una piazza solo perché gli andava di farlo, senza alcun tipo di organizzazione e senza essere stati imbeccati da alcuna associazione.

Si può dire anche, senza rischiare di essere smentiti, che il nostro sconosciuto ha colto nel segno invocando la necessità di essere cittadini, italiani ed europei. Diventare italiani, quindi cittadini, è un percorso obbligato perché non basta denunciare i problemi per sentirsi partecipi di una comunità organizzata ma occorre proporre soluzioni per risolvere le problematiche venute alla luce e, per fare sì che ciò si realizzi, serve creare una cittadinanza attiva.
Naturalmente, considerata la complessità del mondo di cui facciamo parte, da soli non siamo nulla e non possiamo realizzare nessuno dei nostri propositi. È solo con l’aggregazione sociale-politica che le nostre idee scenderanno dal nostro Iperuranio e potranno diventare proposte reali in quanto condivise. Così, dunque, come le nostre idee hanno bisogno di essere condivise da altri per trasformarsi in proposte reali, allo stesso modo la nostra piccola comunità avrà bisogno di un’organizzazione più grande per essere legittimata e, se occorre, difesa.
In un clima come quello attuale, dove il sovranismo la fa da padrone, affermare che l’Italia abbia bisogno della comunità europea, appare quanto meno impopolare o, per dirla brillantemente come il titolo del recente libro dell’ex premier Gentiloni, una scelta impopulista.

Tuttavia saranno le urne a parlare. Solo l’appuntamento di maggio per le elezioni europee sancirà definitivamente il declino o la riscossa di un’istituzione come la Comunità Europea che, malgrado i suoi difetti, è riuscita a tenere i popoli in pace fra loro dopo i conflitti del secolo scorso che l’avevano messa a durissima prova.

Vox Zerocinquantuno n.31, Marzo 2019


Giacomo Bianco, giornalista, Direttore Responsabile. Laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna.

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