Editoriale di Giacomo Bianco

L’alba del giorno dopo, in Italia, ha lasciato quel senso di smarrimento simile ad altri day after europei e internazionali. Il paragone alla Brexit e all’elezione di Trump è automatico. Stesso trauma, stesso sbigottimento.
Eppure dovremo essere già abituati a scossoni rivoluzionari, infatti solo un anno fa il Movimento 5 stelle fece il pieno di voti e cambiò per sempre gli equilibri politici del paese. Ma, mentre il 4 marzo scorso la voglia di cambiamento e rivoluzione tinse di giallo grillino la classe politica italiana e incanalò democraticamente questa pulsione ribelle portando Di Maio al governo, il verde leghista di oggi invece non è certo di speranza bensì di paura, è bisogno di protezione, è necessità di affidarsi ad uomo forte al comando, paradossalmente però proprio a colui, in questo caso, che ha contribuito a creare questo clima di insicurezza. È stato il delitto perfetto. Dapprima il ministro degli Interni ha installato la paura negli italiani e poi si è candidato a ergersi come loro protettore. Nel frattempo, da consumato animale politico, ha fatto un boccone dei 5 stelle.

E adesso? Sulla carta nulla dovrebbe cambiare nel governo. Ma ora che i sondaggi sono diventati realtà nelle urne delle europee, appare impensabile che Salvini non chieda un rimpasto di governo, che non cerchi di sostituire qualche ministro grillino che si è dimostrato obiettivamente fuori luogo.

Sappiamo però come la politica sia prima di tutto un gioco con le proprie regole.

Il leader della Lega è in una posizione di win win: qualsiasi cosa faccia vince. Può continuare questa innaturale alleanza e dimostrarsi un uomo di parola e un magnanimo cristiano nei confronti dell’altra parte firmataria del contratto di governo, cosa che gli permetterebbe di pretendere il rispetto della sua agenda e quindi abbattere la resistenza degli alleati per esempio sul tema della Tav (battaglia simbolo dei 5 stelle) e sulle autonomie regionali. Può staccare la spina e creare un’altra maggioranza. In questo caso ha addirittura due forni: uno esclusivo con la Meloni ma questo creerebbe un governo di destra / destra e lascerebbe per strada tanti voti e consensi del centro. L’altro forno infatti comprenderebbe anche l’agonizzane partito di Berlusconi che farebbe apparire meno “selvaggia” la coalizione e, diciamo, più tradizionale. Inoltre il vantaggio più grande di tutti che deriverebbe da nuove elezioni anticipate e quindi dal crollo del governo, sarebbe quello di evitare la manovra finanziaria di ottobre che si preannuncia sanguinaria e impopolare.

Il movimento è piuttosto in una situazione di lose lose: qualsiasi scelta lo vedrà punito, ha come unica opzione quello di fare la scelta che lo penalizzi di meno. Di Maio ha pagato oltre all’inesperienza, normale per la sua età, il fatto di essersi fatto carico di due ministeri impegnativi -Lavoro e Sviluppo Economico- che avevano bisogno di risposte e risorse immediate a differenza del collega di governo. L’impegno profuso è dimostrabile e sicuramente apprezzabile. Molte le cose giuste, tra cui la legge sulla giustizia e, almeno nelle intenzioni, il decreto dignità. Ma anche tanta, troppa improvvisazione che raggiunge il culmine con il pasticcio del reddito di cittadinanza.
Cosa fare quindi? Restare al governo significherebbe consegnarsi alla Lega e decretare la fine del Movimento. Fare scoppiare la crisi di governo per andare all’opposizione a ritrovare se stessi e quell’identità civico-ambientalistica delle origini, verrebbe vista come segno di irresponsabilità nei confronti degli italiani e del contratto. Quello che appare indispensabile, tuttavia, sembrano essere le dimissioni del leader, cosa che in altre compagini è avvenuta per molto meno: Di Maio ha dilapidato metà del consenso in un anno.

Questo porta al tema della volatilità dell’elettorato italiano, vero e proprio padre di meteore politiche negli ultimi anni. Sintomo di un popolo che ha paura e ha bisogno di fidarsi e affidarsi completamente al personaggio di turno che dimostri una forte leadership.

Dall’altro fronte bisogna registrare come il PD, nonostante una campagna elettorale con la testa sotto la sabbia, sia riuscito a ricompattare i ranghi e tanto è bastato a diventare la seconda forza politica del Paese – grazie anche all’apertura alla lista di Calenda-. Quello che preoccupa è il vuoto assoluto alla sinistra del PD, la sinistra radicale è sparita e dopo il flop di Leu anche la lista di Frantoianni ha deluso.
Quindi nonostante il discreto risultato dei dem la lunga notte della sinistra sembra destinata a proseguire anche se si intravedono spiragli di sole. Il sorriso di Zingaretti non basterà certo a risolvere la situazione ma è già qualcosa in Paese impaurito e imbarbarito.

Vox Zerocinquantuno n.34 Giugno 2019


Giacomo Bianco, giornalista, Direttore Responsabile. Laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna.

Foto: pagina Facebook ufficiale Matteo Salvini

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