Editoriale di Giacomo Bianco

In questi ultimi mesi stiamo raccontando di un Paese arrabbiato e che ha perso la pazienza uscendo spesso dai binari della decenza civile e prima ancora umana. Certo, difficilmente nel corso della storia, il popolo non ha avuto di che lamentarsi ma quello che sorprende oggigiorno è come l’oggetto del malcontento degli Italiani non sia il governo, la classe dirigente e i poteri forti bensì gli ultimi, i derelitti, quelli che non hanno nulla.
Abbiamo visto il baricentro della lotta sociale spostarsi sempre più sensibilmente dalla lotta di classe alla guerra tra poveri. Sembra che adesso il vero problema sia una manciata di disperati al largo delle nostre coste che cercano di mettersi in salvo. Ma, senza entrare nel particolare delle situazioni, appare lampante come nella narrazione quotidiana abbia perso importanza la vera essenza di una società civile che non consiste solo nella solidarietà ma anche e soprattutto nella ridistribuzione delle ricchezze. Mentre la classe media continua ad impoverirsi e sembra destinata a sparire e il lavoro stabile sta diventando sempre più un’utopia, si rimane impantanati a discutere di problemi che non rappresentano una vera emergenza.

L’immigrazione, ad esempio, anche se può sembrare un’eresia, non rappresenta una priorità del governo. La vera crisi migratoria si è risolta durante il governo Gentiloni grazie agli accordi discutibili portati avanti dall’allora ministro degli Interni Minniti e la guardia costiera libica. Inoltre i dati dimostrano come anche i rimpatri dei clandestini non hanno una posizione preminente nell’agenda di questo esecutivo, constatato che sono stati addirittura inferiori -nei primi sei mesi- rispetto agli anni passati.

Eppure siamo costretti ad assistere all’ennesimo delirio del vice premier leghista in diretta social nel quale si scaglia contro la capitana della Sea Watch per aver forzato il blocco che le impediva di sbarcare i migranti dopo 17 giorni di attesa al largo delle coste di Lampedusa, contro i parlamentari di sinistra che in segno di solidarietà hanno fatto visita all’equipaggio e ai naufraghi e infine l’attacco se possibile più grave di tutti, quello contro la magistratura. Si rivolge al giudice che ha respinto l’atto di arresto ai danni della comandante tedesca, firmato dal prefetto di Agrigento su invito dello stesso Salvini, invitandolo a svestire la toga e a candidarsi. Spettacolo già visto altre volte come se l’indipendenza della magistratura non dovrebbe essere imprescindibile e soprattutto come se bastasse essere eletto per invadere le sfere di competenza.

Essere diventato il primo partito italiano non basta a giustificare agli occhi dei più attenti il festival dell’incoerenza alla quale il ministro ci espone quasi quotidianamente. Ad esempio stupisce come mai abbia chiesto di non farsi processare per il caso Diciotti con il reato di sequestro di persona, nonostante la piena convinzione nella bontà della sua azione di governo. E ancor di più sbalordisce la sua assenza alle riunioni europee sull’immigrazione. Perché il  ministro che vuole cambiare le politiche europee sul tema migratorio, partecipa solamente a una riunione su sei? La risposta non ha bisogno di essere esplicitata perché si trova già nella domanda.

Tuttavia il 34% ottenuto alla scorsa tornata elettorale “ancora” non può esentare il leader della Lega da critiche e le incongruenze tra quello che predica e il suo operato stanno diventando insostenibili. Allora ce lo immaginiamo sul molo con il cannocchiale intento a scrutare l’orizzonte in attesa di una nave ONG che gli consenta di ingaggiare un’ennesima guerra mediatica e propagandistica e soprattutto gli faccia prendere ulteriore tempo nell’attesa che diventino legge i provvedimenti “bandiera” ancora bloccati come la flat tax e le autonomie regionali.

Mentre ci si scaglia contro una manciata di disperati al largo delle nostre coste ci si dovrebbe chiedere come mai da due decenni a questa parte i figli sono più poveri dei genitori e il divario tra i ricchi e poveri continui a salire. Non è più tempo di farsi distrarre dalle sirene della più bieca propaganda. Solo la cultura può indicare la strada da tenere per trovare la via d’uscita da questo empasse. Immaginiamo lei quindi, la Cultura, seduta in cima alle Alpi che, munita dello stesso cannocchiale del nostro ministro, cerca di vedere dove, in quale punto e in quale momento, abbiamo perso i valori di una società civile, solidale e che lotta per i propri diritti. Riportandola di nuovo in Patria, potremmo reindirizzare la violenza e la rabbia, verbale e non solo, che abbiamo definitivamente sdoganato contro gli ultimi in desiderio di giustizia sociale ed economica.

Vox Zerocinquantuno n.35 Luglio 2019


Giacomo Bianco, Direttore Responsabile. Laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna.

Foto: Il Tirreno Livorno

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