Editoriale di Giacomo Bianco

“Pensa a tutta la bellezza ancora intorno a te e sii felice”

“Chi è felice farà felici anche gli altri, chi ha coraggio e fiducia non sarà mai sopraffatto dalla sventura”

Frasi come queste, tratte dal più famoso dei Diari, oggi sono sicuramente più comuni e diffuse dopo gli spregevoli episodi dei giorni scorsi. Il 22 ottobre scorso allo stadio Olimpico di Roma una parte della curva (curva ospiti, abitualmente usata dai tifosi della Roma) è stata tappezzata da figurine che raffiguravano l’immagine di Anna Frank con addosso la maglia della Roma. Autori dell'”ardua impresa” i tifosi della Lazio non nuovi a fatti del genere.

Questo episodio ha avuto grande risonanza mediatica, grazie al fatto che coinvolge il calcio, sport nazionale e svisceratoio delle emozioni della stragrande maggioranza degli italiani. Ma tutto questo parlare di Anna Frank è servito a sensibilizzare ancora di più l’opinione pubblica contro l’antisemitismo e contro il razzismo in generale? La forte e decisa condanna a questi fatti da parte del mondo del calcio, spesso non solo di facciata o teatrale come la visita del presidente della Lazio alla comunità ebraica di Roma, può portare benefici alla lotta contro il razzismo? Probabilmente sì anche se ancora non basta.

Per il momento si registrano solo affari d’oro per le librerie e per le case editrici dovuti alle vendite del diario schizzate alle stelle già all’indomani della partita incriminata Lazio – Cagliari grazie anche all’iniziativa portata avanti dai capitani delle squadre di serie A che, prima di ogni calcio d’inizio, si sono prestati alla lettura di un estratto del libro. È ancora poco, troppo poco, per un Paese come l’Italia in cui si ha ancora la necessità di organizzare un programma di sensibilizzazione alla lotta all’antisemitismo e al razzismo. In cui settimanalmente si assiste ai cori razziali che si alzano forti dalle curve, ma anche dagli altri settori dello stadio, ai quali ormai non si fa quasi più caso. Un Paese potremo dire schiavo della passione. Quella passione per il calcio che diventa catalizzatore degli umori dei più variegati strati della società. Tutti seduti gli uni accanto agli altri nei seggiolini ogni domenica non solo a tifare la propria squadra ma a dare voce ai più reconditi risentimenti e sfogando le proprie frustrazioni confidando nella visibilità del grande palcoscenico. Giusto o sbagliato che sia, così è sempre stato e così sarà sempre ove ci sia una grande agglomerazione di persone riunite per eventi di massa di grande risonanza mediatica come una partita di calcio. Di conseguenza considerazioni che possono essere giuste, e sicuramente lo sono, come “via la politica dagli stadi”, piuttosto che “allo stadio solo per vedere la partita” rimangono mere espressioni, effimere e senza sostanza, finendo per rappresentare addirittura un paradosso, considerato quello che si è appena detto.

Forse, tuttavia, la cosa più sgradevole di tutta la faccenda riguarda la strumentalizzazione di Anna, tutto quello che potremo definire la “retorica di ritorno”. Nei giorni successivi infatti è stata raffigurata con la maglia di molte squadre in segno di solidarietà, e a questa iniziativa ne sono seguite molte altre sulla stessa falsa riga.

Sicuramente l’idea più solidale di tutte sarebbe quella di limitarsi a vedere Anna per ciò che realmente è stata. Una ragazzina ebrea morta di tifo ad  Auschwitz che ha scritto un diario per trovare la forza di sopportare ciò che le stava accadendo mentre era nascosta in una casa di Amsterdam.

Rispetto della sua memoria e nient’altro.

Vox Zerocinquantuno n 16, novembre 2017

 

In copertina la statua commemorativa di Anna Frank a Barcellona. (Foto da Wikipedia)


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

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