Editoriale di Giacomo Bianco

Complice la scarsa disponibilità economica dei partiti politici rispetto al passato e il breve tempo a disposizione, poco più di due mesi dall’annuncio del Presidente Mattarella dello scioglimento delle Camere al richiamo alle urne fissato per lo scorso 4 Marzo, abbiamo assistito ad una campagna elettorale quasi esclusivamente svolta sui social network e in rete.

Questo modo di fare politica ha segnato un profondo spartiacque tra prima e dopo: un evento epocale. Tutte le regole sono state stravolte e altre ne sono state scritte. Regole nuove, gioco nuovo. Per tutti gli italiani, non solo per i diciottenni, è stato un pò come votare per la prima volta.

Ma non tutti i partiti sono riusciti a fare, di questa necessità, virtù.

Ha fallito incredibilmente Berlusconi che per quasi 40 anni è stato il re incontrastato delle comunicazioni, quello che più di tutti in passato ha sfruttato l’effetto mediatico della telivisione e il suo impatto rivoluzionario rispetto al tradizionale modo di fare politica. Al cavaliere, questa volta, non è riusciuto l’ennesimo miracolo.

Il pubblico a cui si è dovuto rivolgere il politico italiano nell’ultima campagna elettorale è l’utente online, non più il telespettatore. Il popolo di internet che affolla i social, tramite i quali è particolmente attivo, ha una consistenza liquida ma proprio per questo può essere sia pericoloso nemico sia fondamentale alleato. Il suo stato “etereo”, il suo essere avatar della persona in carne e ossa dietro lo schermo, ha trasformato la comunità dei social in un luogo virtuale capace però di influenzare in maniera estremamente facile anche il mondo reale. Quando un politico posta un commento o una riflessione su un fatto di cronaca strumentalizzando il più delle volte una notizia a suo vantaggio, è come se si rivolgesse direttamente al suo pubblico, come se fosse in piazza in diretto contatto con l’elettorato. Un comizio tutti i giorni, più volte al giorno. Mai come in questi due mesi, infatti, tutte le notizie sono state usate dai leader per campagna a proprio favore ma spesso come strumento per denigrare l’avversario. E così dalla polemica sui sacchetti di plastica alla questione vaccini, dai rifiuti di Roma e dal caos migranti ai drammatici fatti di Macerata, si è assistito ad un continuo attacco reciproco. Ma non c’è nulla di patetico e infantile in tutto questo, è il cinismo della corsa al voto nel 2018.

Riuscire ad indirizzare la community di internet a proprio vantaggio e inserirsi nei trend giornalieri dei commenti sui fatti di cronaca è stato un passo decisivo verso la vittoria come dimostrano gli straordinari successi del Movimento 5 Stelle e della Lega di Salvini. Non può essere un caso che le due compagini politiche più seguite in rete abbiano ottenuto i risultati migliori alle urne. Molti aspetti accomunano questi due schieramenenti politici e uno di questi, senza dubbio, è quello di aver entrambi assolto appieno il compito della nuova “mipiace-crazia”, ovvero essere riusciti a trasformare i like in voti. Il consenso virtuale in voto nello scrutinio.

Quello che può sembrare a prima vista un gioco di parole divertente e puerile è invece faccenda molto seria. Per ottenere questo, per avere influenza sui social networks, i partiti si sono affidati a professionisti del settore che hanno messo in atto una vera e propria strategia metodica.

Salvini ha monopolizzato le piattaforme con il suo lessico aggressivo e talvolta volgare ma molto efficace. Grazie all’approccio ai limiti dello stalking con i suoi 60-70 tweet al giorno, il suo essere costantemente presente sui profili social, è riusciuto a cambiare pelle alla Lega e trascinarla letteralmente alla vittoria.

Di Maio invece ha preferito la diretta video su Facebook per influenzare l’utenza: lunghi video visibili solo da chi ha molto tempo a disposizione come i disoccupati. Infatti è proprio a chi è senza lavoro che si è rivolto maggiormente il Movimenento 5 Stelle grazie alla promessa del reddito di cittadinanza, vera e propria calamita di voti in questo settore.

E in tutto questo quale è stato il ruolo della sinistra? Sicuramente ha dato l’impressione di essere una realtà dormiente, in letargo. Attivi sui social solo la Boldrini di LEU che rispondendo ai pesanti attacchi dei propri avversari con i continui inviti alla moderazione ha senz’altro dimostrato quella sensibilità e quella responsabilità completamente assente nei suoi colleghi ma non ha certamente avuto riscontri positivi in termini di voti. E infine Renzi che si è affidato ai suoi lunghi post esplicativi insistendo su un tema sicuramente molto importante come le fake news ma peccando di tempismo e superbia. Erano altri i temi caldi da affrontare in questa campagna elettorale.

Il mondo della comunicazione è cambiato, non è solo in evoluzione ma ha già compiuto il suo percorso e questi strani mesi che hanno preceduto le elezioni dello scorso marzo ne sono la conferma. Bisogna accettare al più presto le nuove regole e rendersi conto che ormai i canali di diffusione non sono più quelli tradizionali e che i nuovi supporti telematici non possono più essere snobbati. Chi non ha capito questo cruciale passaggio, o lo ha sottovalutato, è riamasto troppo indietro rispetto al proprio avversario subendo una cocente sconfitta. La rivoluzione culturale è già compiuta e chi non si adegua è perduto.

Vox Zerocinquantuno n.21, Aprile 2018

Giacomo Bianco

Bologna, 1 Aprile 2018


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

 

 


In copertina foto da:

Il leader della Lega cerca like su Fb e si trasforma in un premio: «Vinci Salvini»

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