Editoriale di Maria Laura Giolivo

Ripensare oggi al significato originario della festa dei lavoratori lascia un certo amaro in bocca. Non molti anni fa questa festività ricordava i diritti conquistati dai lavoratori, quei diritti che oggi sembrano completamente venir meno. Il diritto di una donna, ad esempio, a poter coniugare lavoro e famiglia senza per forza dover sacrificare uno dei due, o il diritto al riposo del lavoratore nei giorni festivi, o la possibilità per i giovani di poter fare progetti a lungo termine contando su uno stipendio fisso e congruo al lavoro svolto.Tutto ciò, ormai, appare solo un lontano miraggio.

Nell’era della crisi, ci troviamo di fronte ad un’Italia ancor più spaccata in due, con un sud che soffre sempre di più l’assenza di impieghi e un nord in cui le aziende riducono al minimo la forza lavoro. Nonostante al nord sia più facile trovare un’occupazione, infatti, i lavoratori però sono spesso costretti a svolgere da soli la mole di lavoro che un tempo veniva distribuita su due o addirittura tre persone. Ma si sa, la coperta è corta e bisogna tirare la cinghia!! Ma fino a che punto è lecito tirare la cinghia? Qual è il punto di rottura oltre il quale si smette di parlare di risparmio e si inizia a parlare di sfruttamento?

Assistiamo inermi alla frustrazione di giovani laureati che quasi mai hanno la fortuna di svolgere la professione per cui hanno duramente studiato e il cui precariato condiziona ogni scelta di vita a tal punto che, spesso, per poter avere un’occasione, sono costretti a lasciare i loro affetti per trasferirsi all’estero. Chi non sceglie questa strada, per contro, si ritrova a dover contare fino a tarda età sull’appoggio dei genitori che ormai rappresentano l’unico approdo economico sicuro per giovani in balia della disoccupazione imperante e di uno stato incapace di offrire loro la certezza di un lavoro solido e duraturo.

Altra piaga della società è indubbiamente il processo di produzione cosiddetto “a ciclo continuo” che molte aziende hanno fatto loro per aumentare la produttività. Questo nuovo tipo di distribuzione dell’orario lavorativo fa sì che non esistano più per molti lavoratori i consueti riposi settimanali convenzionalmente stabiliti nei giorni di sabato e domenica. Sono sempre più le persone “costrette” a lavorare nel weekend e nei giorni festivi e a farne le spese sono i rapporti interpersonali (spesso sacrificati in virtù di esigenze lavorative) e le famiglie che spesso si trovano a fare i conti con ferie e giorni di riposo in periodi diversi, non conciliabili fra loro, e che quindi subiscono, loro malgrado, l’impossibilità di avere momenti di svago e di ritrovo insieme.

E’ evidente come gli imprenditori, concentrati solo ad ottimizzare le risorse riducendo i costi abbiano perso di vista la centralità dell’individuo come elemento fondamentale per il successo aziendale. Nella maggioranza dei casi, infatti, un lavoratore soddisfatto è un lavoratore che collabora con maggior impegno al il raggiungimento degli obiettivi della propria azienda.

Il lavoro femminile, un tempo considerato come una conquista, ed ora diventato una necessità, perché solo poche famiglie possono permettersi una sola fonte di reddito, mal si sposa con il desiderio di formare una famiglia e mettere al mondo dei figli e la donna è spesso costretta, per farlo, a sacrificare la propria carriera accontentandosi di lavori che non la gratificano. Ancora una volta a farne le spese è il singolo individuo che vive la frustrazione e l’insoddisfazione che tali situazioni generano.

La riduzione del personale, resasi necessaria per abbattere i costi e far fronte alla crisi economica, ha inevitabilmente portato ad una diminuzione della qualità di molti servizi. I settori più critici, in tal senso, sono senza dubbio quelli della pubblica amministrazione, della sanità e dell’istruzione.

La scuola italiana vive uno dei periodi più bui di tutta la sua esistenza: i fondi sono insufficienti e le scuole sempre più sono costrette a chiedere alle famiglie di sopperire economicamente alle mancanze dello Stato.

I servizi offerti ai cittadini dalle istituzioni pubbliche sono sempre più scadenti e appesantiti da una burocrazia, pedante e infruttuosa, che complica il rapporto fra pubblica amministrazione e il singolo individuo che ha ormai perso la fiducia nello stato e nei suoi rappresentanti politici.

ll settore, però, che più di tutti risente della riduzione del personale e della scarsità di fondi è quello della sanità con le sue interminabili attese per l’erogazione dei servizi e il personale sanitario provato da ritmi e turni di lavoro estenuanti.

La mancanza di tutela per i lavoratori e di prospettive di miglioramento future, in tal senso, sanciscono il fallimento della politica italiana in balia dei piccoli particolarismi di partito e lontana dalla realtà sociale del nostro tempo.

Maria Laura Giolivo, Bologna 1 Maggio 2018

Vox Zerocinquantuno n.22, Maggio 2018


In copertina foto da Paginaq.it

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