Editoriale di Matteo Scannavini

La retorica è un’arte che molto facilmente si presta ad abusi. Nell’odierna discussione mediatica, è sempre meno raro imbattersi nel termine “fascismo”, evocato con più o meno coscienza nell’individuazione di parallelismi con l’attuale contesto sociopolitico. Una prassi che non fa tesoro della lezione di Nanni Moretti che, sbraitando furente in Palombella Rossa, ricordava: “Le parole sono importanti!”. Certo è che ci siano inequivocabili sintomi di imbarbarimento culturale, rispecchiati, e non generati, dai grotteschi atteggiamenti di diversi protagonisti dell’odierna classe politica, italiana e non solo. Ma etichettare quest’insieme con il nome di un’ideologia sanguinaria che ha scritto le pagine più buie della storia d’Italia appare un’operazione faziosa e grossolana, che, in favore di una serie di punti di contatto tra due diversi periodi storici, non tiene conto di profonde differenze sostanziali.

Perché dunque non siamo nel fascismo 2.0? Per rispondere dovremmo chiederci, perché potremmo esserci senza rendercene conto? Nell’editoriale di Repubblica del 15 maggio scorso, Ezio Mauro sosteneva che l’Italia stia vivendo una moderna riedizione della cultura del ventennio nella sostanza ma non nella forma. Pur ritenendo impossibile il ritorno di un regime, Mauro invitava a non sottovalutare il fatto che le masse in espansione di elettorato leghista e le frange di destra estrema siano accomunate da una stessa mentalità fascista, una medesima anima nera. Nello stesso articolo, si etichettava come negazionista (anche qui Moretti avrebbe di che adirarsi) chiunque fosse cieco a questa situazione.
Poco prima della dipartita, anche una mente illuminata come il compianto Camilleri si era schierato duramente contro Salvini, accusandolo di essere un esempio di “mentalità fascista”. Di comuni idee con il papà di Montalbano, anche Guccini ha affermato in febbraio presso la Normale di Pisa di riconoscere in Italia la “puzza di Weimar”.

Eppure queste dichiarazioni rappresentano una prova contro la loro stessa tesi, per il fatto che, a differenza del contesto culturale fascista, il presunto “fascismo 2.0” ha oggi l’opposizione della maggior parte della classe intellettuale. Da Murgia a Saviano a Caparezza, abbonda la schiera di scrittori, giornalisti e artisti vari che apertamente si oppongono e sbeffeggiano il leader leghista. E a sostenere loro c’è ancora una parte d’Italia, pur priva di una coesa rappresentanza politica. Al contrario, l’ascesa di Mussolini fu sostenuta da stampa e da personalità intellettuali del calibro di Gentile e D’Annunzio.
Questa è una prima importante differenza culturale. Resta tuttavia vero che l’Italia, nel suo tessuto sociale, non ha mai chiuso definitivamente i conti col virus fascista. Lo dimostrano i grumi residuali del partito che ancora oggi ne portano avanti l’ideologia, così come la permanenza di molti funzionari fascisti nella macchina statale sin dalla nascita della repubblica. Non va infine trascurato che la Resistenza, i cui valori hanno fatto da fondamenta alla Costituzione, sia stata un fenomeno vissuto da una sola parte del paese.
Su questo humus culturale, mai completamente epurato, Salvini ha conquistato successo soffiando sui bassi istinti, fomentando il sempre fortunato tema del nemico straniero. Il suo fascino dell’uomo forte, a cui sono pericolosamente soggiogabili gli italiani, e alcune sue dichiarazioni raccapriccianti quali il disconoscimento del 25 aprile sono effettivamente oggetto di preoccupazione.
Ma nonostante queste corde comuni, il fascismo resta un fenomeno diverso, per contesto sociale, protagonisti e, soprattutto, modus operandi. La discriminante fondamentale, dirlo sembra banale ma evidentemente occorre, è una e una sola, l’uso della violenza. Prima di assumere una connotazione ideologica, il fascismo era squadrismo, milizie armate che smobilitavano le occupazioni delle fabbriche a suon di spranghe. Il duce ha conquistato il suo successo elettorale non solo attraverso un’abile propaganda ma anche per mezzo di intimidazioni e attacchi agli avversari. Queste differenze, da qualunque punto di vista si voglia argomentare, non appartengono alla forma ma alla sostanza.

Il fascismo è geneticamente ancorato alla violenza fisica. Quella verbale dei Salvini del mondo appartiene al moderno modello sovranista-populista, privo, a differenza del fascismo, di tratti ideologici. Si tratta piuttosto di una retorica cialtrona che, mascherata del “buon senso” dell’uomo comune, si nutre dell’esistenza dei nemici del popolo, come i migranti o l’Europa, per sopravvivere almeno una legislatura. Cavalca temi caldi all’elettorato in assenza di reali strategie contro i gravi problemi economici dello Stato. Dall’altro lato, per altrettanta incapacità, alla sinistra non rimane che appellarsi al tema dell’antifascismo.
Non si confondano quindi le due sfere. Ogni epoca ha il proprio malcontento e, altrettanto spesso, qualcuno che lo sfrutta per fini personali. Salvini è un personaggio pericoloso nella misura in cui parla alla pancia della gente ma non è il duce. Si fa il suo gioco continuando ad inflazionare la parola fascismo, questo non è il terreno su cui “ingaggiarlo a duello”. Serviranno le giuste parole, per la gioia di Moretti, ma soprattutto i fatti.

Vox Zerocinquantuno n.36 agosto 2019

Foto: Dagospia.com


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

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