Editoriale di Giacomo Bianco

Per la Repubblica 12.672.767, per la Monarchia 10.688.905. Questo il responso del grande Referendum, questi i numeri della vittoria, se pur stringata, della Repubblica.
In quel lontano 2 giugno, al di là dei festeggiamenti degli uni e della delusione degli altri, dovette essere percepita la consapevolezza che da quel giorno in poi qualsiasi vittoria o sconfitta, successo o fallimento, sarebbe stato condiviso da tutti, come prodotto della Cosa Pubblica.
Nacque la Costituzione che uni’ il Paese, o lo avrebbe dovuto fare, nel rispetto delle differenze, molte e radicate, che lo contraddistinguevano.
Ma cosa hanno rappresentato questi settant’anni per l’Italia?Sono stati innanzitutto gli anni dello scontro-incontro delle due anime del Paese, Nord e Sud che, nell’immediato dopoguerra e all’indomani del Referendum, vennero a contatto in modo massiccio a causa dei flussi migratori interni. Gli anni che videro migliaia di meridionali abbandonare i campi per raggiungere le città settentrionali bisognose di manodopera. Gli anni del triangolo industriale, di Torino e della Fiat. Quindi gli anni della difficile convivenza, la ghettizzazione dei nuovi arrivati.Fin dall’inizio il settentrionale etichetto’ questi uomini, venuti dagli angoli più remoti del Sud Italia, indolenti al lavoro e poco inclini all’osservanza dei regolamenti, sia dell’azienda sia della città che li ospitava. Per i meridionali fu difficile abituarsi al nuovo ritmo di lavoro. Per lo più contadini, soliti al lavoro stagionale dei campi, che vedeva l’alternarsi del periodo di grande sforzo fisico con quello del riposo, difficilmente riuscirono ad adattarsi ai ritmi del lavoro di massa, pesanti e continui. Non riuscivano inoltre ad abituarsi alla meccanicità dei gesti tutti uguali delle fabbriche, loro che da coltivatori praticavano un mestiere vario, dalle molteplici attività.Da parte sua il meridionale, costretto a condividere con i compaesani soffitte umide e fatiscenti, non riuscì mai ad apprezzare il connazionale del Nord, e si porto’ dietro la sensazione, più che giustificata, di trovarsi straniero in un Paese straniero. Infatti l’obiettivo primario di questi uomini non fu mai l’integrazione con il luogo d’arrivo, ma piuttosto quello di riuscire a risparmiare il necessario per tornare nel paese di provenienza e cercare di aprire un’attività propria. Atteggiamento spia, questo, di un malessere diffuso tra i migranti.La storia si ripete.
Lo stesso avvenne nel lontano 1861, durante l’annessione delle province del Sud al neonato Regno d’Italia. Al tempo si assistette alla stessa sequela di pregiudizi. Da una parte i settentrionali che, mentre proclamarono il loro amore per la patria, disprezzarono una parte della nazione, ritenendosi portatori di una civiltà superiore rispetto a quella dei meridionali, affetta da primitivismo selvaggio. D’altra parte, i meridionali, per cui il contatto coi piemontesi costituì, al di là dell’iniziale entusiasmo, motivo di delusione e di risentimento. E ancora mentre l’immagine che i settentrionali si erano fatti del napoletano era connotata dall’apatia e dall’indolenza, i piemontesi apparirono superbi e arroganti ai napoletani, quelli che pur dichiarandosi amici e liberatori, li trattarono con disprezzo come avrebbero fatto con plebi avvilite.Gli anni dell’industrializzazione e della migrazione interna videro non solo ghetti e discriminazioni, ma anche l’incontro di due civiltà molto diverse tra di loro con pregiudizi, gli uni verso gli altri, difficili da estirpare, trapiantati con salde radici nel passato della storia nazionale. Il migrante meridionale non contribuì solo alla produttività industriale, ma porto’ nelle regioni settentrionali il suo bagaglio culturale fatto di fantasia, amicizia e allegria. Questo ha condizionato l’evoluzione del Nord che ha dovuto confrontarsi con una nuova umanità e con un diverso modo di percepire la vita. Mentre l’esperienza di vita nelle città settentrionali, ha riavvicinato l’uomo del Sud alle istituzioni dello Stato e ad una più consapevole e attiva partecipazione civica, aspetti colpevolmente latitanti nel paese natale.Giacomo Bianco                                              Bologna, 2 Giugno 2016

Vox Zerocinquantuno n.2, giugno 2016

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