Educazione alla violenza, di Chiara Di Tommaso

Che ne sanno loro della violenza” canta Mahmood, ragazzo italo-egiziano vincitore del Festival di Sanremo: “loro” saremmo noi. Noi che viviamo in città imbellettate e sicure, vite dignitose e senza grandi problemi. Noi che viviamo lontano dalle guerre e dalla fame, nei paesi del primo mondo. Noi che abbiamo Stato, scuole e ospedali, è vero, non sappiamo nulla di quella violenza. Non l’abbiamo mai vissuta, semmai ne abbiamo sentito parlare.

Eppure il nostro eccezionalmente fortunato e avanzato continente si sta rivelando in tutta la sua ipocrisia e sta riscoprendo e affondando in un nuovo tipo di violenza, altrettanto pericolosa. Una violenza diversa, meschina e meno evidente, che si è insinuata silenziosa e veloce nelle nostre società.

Il 20 Febbraio a Milano, sui muri della casa della famiglia di Bakary, ragazzo senegalese adottato, è apparsa la scritta: “Ammazza al negar” corredata da una svastica.

Il 21 Febbraio, un maestro di scuola elementare di Foligno (Perugia) ha chiamato alla cattedra un suo alunno di colore, non per interrogarlo ma per chiedere alla classe: “Guardatelo, è brutto vero?”

Lo stesso giorno, un ragazzino rom di undici anni è stato ferito con un taglierino da un ventinovenne romano alla Stazione Termini: “Voglio ammazzare gli zingari perché mi hanno rotto” avrebbe dichiarato l’aggressore.

Il 23 Febbraio, Souleymane, ventenne della Costa d’Avorio, è stato vittima di insulti mentre si trovava all’Ospedale di Salerno perché stava male, una donna gli ha detto più volte: “Devi morire, non ti voglio più qui”.

Il 25 Febbraio, Emma Marrone durante un suo concerto ha lanciato l’appello “aprite i porti” esprimendo il suo pensiero e un consigliere comunale leghista, adesso divemtato ex cinsigliere proprio a causa dell’espulsione dovuta alle sue dichiarazioni, le ha risposto su Facebook di aprire lei le cosce piuttosto.

Il 26 Febbraio,a Torino una famiglia ha denunciato le violenze e le minacce subite da parte dei vicini di casa: si sentivano urlare dal balcone “state zitti marocchini di merda”.

Lo stesso giorno, Edith, signora ivoriana che vive a Bari da trent’anni è stata insultata e aggredita da 6 donne in mezzo alla strada, perché aveva chiesto “permesso” per passare.

Ecco cosa è stata l’ultima settimana di Febbraio: una cronologia di episodi violenti, in cui la principale arma sono le parole. Parole piene di odio razziale e sessista, che sono diventate ormai familiari alle nostre orecchie. Aggressioni verbali ma anche fisiche, che si susseguono di continuo, troppo frequenti, quasi quotidiane.

Questa violenza, esercitata dalle persone, dagli italiani in questi esempi particolari, non fa altro che rispecchiare i toni violenti dell’eterna propaganda del governo o di quello che il cittadini recepisce da tale propaganda. Forse si tratta di un circolo vizioso: è la politica a rispecchiare i sentimenti e i voleri dei suoi elettori o sono i cittadini a seguire le direttive e la volontà dei propri governanti?

Probabilmente sono due fuochi che non fanno che alimentarsi a vicenda. Se un consigliere comunale rivolge insulti sessisti pubblicamente ad una cantante, c’è chi si può sentire autorizzato a scrivere insulti razzisti sul palazzo dove abita un senegalese. Se i dibattiti fra i politici continuano ad essere incentrati sulla divisione, sull’esclusione e sulla discriminazione legate al “grande” problema dell’immigrazione in Italia allora divisione, esclusione e discriminazione avranno maggior ragione d’esserci tra la popolazione. Se il linguaggio ufficiale trasmesso dai grandi schermi è sempre più volgare e offensivo, come potrà non diventare il linguaggio comune.

Nonostante ciò, bisogna considerare il secondo fuoco: la classe dirigente tende a fare ciò che il suo elettorato ha richiesto. Non c’è stato un colpo di stato, dunque è ragionevole riconoscere che la politica del “prima gli italiani” era esattamente ciò che una buona parte degli italiani volevano: perché tutto si può dire, tranne che la Lega non sia stata chiara fin dall’inizio nell’esporre i suoi obiettivi e ideali. Dato questo espresso dai sondaggi sul consenso del governo che continuano a premiare Salvini e la sua linea politica.

Come fare quindi ad uscire da questo vortice che fa sì che politici e corpo elettorale si giustifichino e legittimino l’uno con l’altro nel creare un clima di violenza ed intolleranza, può essere una buona domanda a cui non è facile rispondere. Il caso italiano non è un caso isolato, come sappiamo tutta l’Europa, e non solo, sta vivendo questa fase di ritorno alla violenza. Ciò che più preoccupa è che ci stiamo già abituando a questi episodi. Ciò che dà speranza è l’impegno costante di tutti coloro che combattono le divisioni, costruiscono legami e possibilità di dialogo, agiscono in prima persona remando con determinazione nella direzione opposta. Ma il problema rimane, ne sappiamo fin troppo della violenza.

Vox Zerocinquantuno n.31, marzo 2019

Foto:LaStampa.it

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