Edward Hopper: dipingere la luce del sole sulla parete di una casa di Eloisa Grimaldi

Tra le offerte culturali di Bologna spicca la mostra di Edward Hopper, artista tra i più importanti del XX secolo la cui arte dal sapore narrativo ha decisamente influenzato il cinema e raccontato, attraverso scorci e prospettive strabilianti, piccole quotidianità di interni scuri e grandi paesaggi freschi di luce.
Fino al 26 luglio sarà possibile visitare la mostra a Palazzo Fava, una cornice splendida con un portato storico ricco di arte, una location che da sola è una mostra e talvolta distrae dall’allestimento, spingendo lo sguardo al soffitto a cassettoni del piano nobile e agli affreschi dei Carracci che narrano le storie di Giasone e Medea.

Al centro di questa atmosfera di fine 500 comincia la mostra del contemporaneo Hopper, l’avvio è un video che sintetizza la storia dell’artista: partito come illustratore alla New York School of Illustrating subisce il fascino europeo dell’impressionismo. Viaggia verso Parigi dove respira l’aria nuova dei caffè e di una città che vive nelle strade, una moltitudine di persone che passeggiano e si godono le giornate senza correre dietro alla smania di produrre denaro, come accadeva a New York. In piena epoca avanguardista Hopper rielabora le pennellate impressioniste e restituisce la realtà parigina tramite i suoi soggetti architettonici ed i particolari della città. La luce sarà il cuore della sua arte, insieme alla ricerca delle geometrie, una creazione mentale che alterna momenti di pittura “en plain air” di acquarelli luminosi e altri di progetti minuziosi studiati tramite diverse prove e poi nitidamente composti: soggetti bucolici e architettonici sul limite di una misteriosa convivenza, un po’ come l’uomo e le sue creazioni convivono con la natura.

Benché Hopper attraversi il secolo ferito da due guerre, la sua arte non scelse mai di rappresentare l’accadere storico, i suoi quadri piuttosto rendono l’atmosfera sospesa e ambigua che aleggia attorno alla guerra. Wim Wenders dirà che per rappresentare la violenza non occorre mostrarla, ma piuttosto creare la sensazione che tutto può essere sconvolto da un momento all’altro.

In questa prima parte la mostra, organizzata seguendo l’andamento cronologico, ci accompagna nelle prime opere: un autoritratto e una serie di piccoli formati che già mostrano la capacità di taglio e prospettiva di Hopper in una serie di particolari interni dove predominano i toni scuri. Si affaccia la solitudine delle stanze chiuse e lo sguardo cinematografico che ci pone spesso in soggettiva e quindi apparecchia la visione davanti a noi proprio come se guardassimo in una telecamera. L’atmosfera sospesa degli interni si dilata anche nella parte successiva dove invece troviamo i soggetti parigini, esterni luminosi, i cieli si caricano di tutte le rifrazioni naturali e contribuiscono a rendere ancora più vibranti Notre Dame e il Pavillon de Flore. Un ritorno di impressionismo sulla soglia del 1907 a pennellate dense di colore, quasi materiche, eppure mai pesanti, sempre in movimento, definiscono le architetture preziose ma anche paesaggi in cui l’uomo si inserisce con le sue relazioni come ne “Il Bistrot”.

Dalla prima sala del piano nobile si passa poi alla seconda, veniamo accolti da un quadro magnifico: “Soir Bleu”, il dipinto, di grandissime dimensioni, è datato 1914 e prosegue sul filo rosso che lega le opere dell’artista, una scena tanto di realtà quanto fantastica dove coabitano in un caffè all’imbrunire figure sociali diverse: dal clown al soldato passando per la coppia borghese.

Questo ci immette nella seconda sala dove sono raccolti dipinti e studi a matita che risultano come una sorta di appunti di viaggio.
L’artista è stato, insieme alla moglie, un grande amante dei viaggi, con lei gira l’America in auto e in questa sezione troviamo i soggetti più tipici della cultura americana, quasi degli stereotipi: la casa al passaggio a livello, i luoghi solitari, le stazioni, i quartieri e torna anche la passione per le grandi e bellissime case in stile americano.

La terza sala espone soprattutto acquarelli, tonalità chiarissime si espandono entro i segni scuri di meticolose geometrie, Hopper elabora l’amore per la luce e sperimenta prospettive insolite e nuovi punti di vista, navi, porti e pescherecci inquadrati sempre con grande poesia.

L’ultima sala espone le opere del 1930 ed in particolare lo studio per uno dei quadri più famosi di Hopper: “Gas”, che raffigura una pompa di benzina in chiusura nei pressi di un paesaggio boschivo, continua il tema dell’insondabile dipinto nei termini del limite tra artificiale e naturale, tra giorno e notte.
Un secondo soggetto affascinante è il faro, qui sono esposte opere dai tagli inusuali fatti ad acquarello e grafite; Hopper non dipingerà mai grattacieli ma il fascino dei fari lo accompagnerà insieme a quello per tutte le opere architettoniche umane.

La mostra, che in tutto conta una sessantina di quadri, continua nel piano superiore, qui l’approccio è leggermente più sperimentale. Un grande cartello incoraggia un esperimento interattivo: disegnare la facciata di palazzo fava “alla Hopper” su un supporto digitale simile a un Tablet. La tappa interattiva viene considerata da poche persone per non dire nessuno, forse anche perché non è familiare a tutti il funzionamento del dispositivo, me inclusa, infatti chiedo informazioni al personale, sempre molto presente e disponibile. È semplice, sul cartellone c’è un’immagine in bianco e nero della facciata di Palazzo Fava e viene richiesto di reinterpretarla in chiave Hopper tramite un disegno elettronico da fare direttamente con il dito sullo schermo. Al di là delle mie scarse doti pittoriche lo strumento dimostra il forte limite dell’assenza colore, elemento principe nelle tele dell’artista, vero è che nei suoi studi il colore è assente, ma anche la scarsa precisione del tratto data dall’uso del dito piuttosto che un pennino, non aiuta. Esperimento quindi curioso ma poco praticabile.

Troviamo ancora la tecnologia nella tappa successiva, questa volta veramente riuscita: lo sketchbook, dove su un grande schermo orizzontale possiamo consultare il quaderno di appunti e schizzi di Hopper in forma digitalizzata, è possibile sfogliarlo trascinando il dito sullo schermo e scorrere così tutti i periodi della sua carriera artistica. Questo sketchbook è veramente una miniera di informazioni interessanti e preziose e dimostra l’accuratezza con cui l’artista pianificava le opere, ci sono gli schizzi, le informazioni sulla grandezza e diversi appunti oltre alla data naturalmente. L’opera prosegue con una serie di importanti studi a matita come “lo spogliarello” oppure “l’ufficio di notte”, dove emerge anche l’importante ruolo della moglie nella carriera artistica di Hopper.

Passando per un corridoio troviamo alcune “istantanee” quali “La balconata” o “Al ristorante”, dove il pittore dimostra di padroneggiare sempre meglio prospettive ardite e di saper accompagnare il fruitore in acrobazie percettive ed emotive.

L’ultima sala espone le opere più recenti e anche più famose che rappresentano la maturità artistica del pittore, : “Mattino in South Carolina”, “Tramonto a Cap Code” in cui compare ancora il tema della casa solitaria e in stile vittoriano, e infine il più importante della mostra che campeggia anche su tutti i manifesti ed i volantini : “Secondo piano al sole” del 1960.

In chiusura la mostra propone una simpatica fotografia ricordo in cui è possibile comparire all’interno dell’ultimo quadro dell’artista grazie ad un gioco di proiezioni, che consente di immergersi letteralmente nella tela più suggestiva di Hopper.

Nel complesso la mostra, organizzata da Arthemisia Group, Fondazioen Carisbo e Genus Bononiae risulta fresca e ben ideata, mette a disposizione numerosi approfondimenti sui singoli quadri, anche grazie alle audio-guide incluse nel biglietto, il personale è molto cortese e disponibile, uscendo dall’edificio tuttavia la sensazione è che manchi qualcosa, resta addosso un po’ del sentimento di sospensione caratteristico di Hopper: la sensazione che non si sia visto tutto, che un mistero è sfuggito, che qualcosa di nascosto ancora ci guardi al di là delle ombre scure del bosco e questa passeggiata al sole sia la superficie ghiacciata di un lago più profondo.

Vox Zerocinquantuno, N.2 Giugno 2016


Eloisa Grimaldi laureata in DAMS, approfondisce il campo degli Studi Interculturali con un Master, appassionata di teatro, musica, umanità e poesia, si occupa di diffusione culturale musicale, sviluppa metodi formativi tramite le arti teatrali e collabora a progetti editoriali di stampo sociale e indipendente.

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