Errore di Giulio Giorello e Pino Donghi. Recensione di Matteo Scannavini

Sbagliando s’impara. Un’antica e sempre veritiera lezione che tuttavia, con la complicità del boom tecnologico, sembra essersi dissolta nell’attualità. Cascate di problemi sono innescate dal temuto errore di sistema, che viene affrontato a colpi di reset dei nostri dispositivi e, quando ciò non basta, con la loro sostituzione. Quante volte abbiamo sentito dire che la riparazione dell’oggetto non vale la spesa? Meglio adottare una soluzione ex novo, ovvero comprare un nuovo strumento. Estendere l’atteggiamento di condanna dell’errore alla nostra quotidianità rischia tuttavia di minare il progresso umano, sia individuale che scientifico. Con Errore (editore Il Mulino, 2019) Giulio Giorello, filosofo della scienza, e Pino Donghi, semiologo, riportano alla luce la dignità e il valore costruttivo dell’anomalia, con cui confrontarsi resta imprescindibile per progredire lungo il cammino della conoscenza.

Il rifiuto dell’occorrenza dell’errore è un comportamento più frequente di quanto crediamo, anche fuori dall’ambito tecnologico. L’immediata reazione a un disastro naturale è la frettolosa ricerca di un colpevole. Una comune risposta a una diagnosi di incurabilità è lo sdegno per il fallimento del medico, reo di non aver trovato le giuste soluzioni dalla scienza, che, pur avanzata, resta piena di limiti. Ma proprio la nostra storia genetica, come insegnò Charles Darwin, testimonia come le specie sopravvivano attraverso l’adattamento all’ambiente a partire da errori casuali, talvolta fatali ma più spesso fonti di progresso. L’intuizione sul valore euristico dell’errore di Darwin è stata ripresa e meditata negli studi di Ernst Mach e di Karl Popper, due capisaldi nella formazione di Giorello citati a più riprese nel saggio.

Nonostante nella società dell’intelligenza artificiale l’errore sia rifiutato e temuto, la bellezza dell’imperfezione, connaturata all’uomo, rappresenta invece un tema crucialein molte note distopie cinematografiche. Più volte è stata portata sullo schermo l’intrinseca paura umana di una società perfetta, macchinosa, priva di errori. A questo proposito gli autori citano la celeberrima saga di Matrix e il personaggio dell’Architetto.

Aldilà del cinema, la storia del sapere scientifico umano potrebbe essere vista essa stessa come la più grande celebrazione dell’errore, un continuo avanzamento conquistato a forza per ipotesi, tentativi, cambi ciclici di paradigma ed collaborazione di più punti di vista. Esempi tipici in questo senso vengono dagli studi di astronomia. Il pianeta Urano, avvistato nel 1781 da William Herschel, invalidò con la sua esistenza la meccanica celeste di Keplero e Newton. Per spiegare i risultati anomali di tale orbita, il fisico inglese Adams intuì che gli assunti secondo cui erano studiati i movimenti dei pianeti contenessero un errore e che questo fosse il numero dei pianeti stessi: doveva esistere un corpo ancora sconosciuto a causare la perturbazione del moto di Urano. L’ipotesi, inizialmente screditata, fu poi ripresa dall’astronomo francese Le Verrier. Dopo diversi tentativi e revisioni dei calcoli, nel 1846 si giunse all’attesa conferma sperimentale: il pianeta fu identificato dall’osservatorio di Berlino e battezzato Nettuno. Successivamente, Le Verrier tentò un’analoga soluzione per giustificare il moto anomalo di Mercurio. Ma l’ipotesi dell’esistenza di un pianeta sconosciuto, il teorico Vulcano, che tanto elegantemente aveva risolto il problema di Urano questa volta non ebbe successo. Quei valori dell’orbita di Mercurio furono infatti spiegati solo secoli dopo, in ragione della gravitazione universale di Einstein.

Questo breve excursus sui pianeti testimonia come l’errore, il principio inatteso, possa essere identificato e superato in virtù di un’attenta analisi e discussione critica dei presupposti e di una collaborazione tra diversi punti di vista, che si susseguono per tentativi imparando l’uno dall’altro. Confrontarsi con un’anomalia è dunque una sfida che richiede strategie fantasiose, è un atto di anticonformismo. In altre parole, spiegano Giorello e Donghi, l’errore ha potere creativo.

Riprendendo una riflessione di Mach, il gatto che, posto davanti alla propria immagine riflessa, si accinge a guardare dietro lo specchio, ha formulato inconsapevolmente un’ipotesi sulla propria corporeità e si accinge a testarla. Ma per lui, il processo si esaurisce in quella verifica, mentre l’uomo, in casi analoghi, proprio a questo punto comincia a stupirsi e a pensare. Un saggio per riscoprire l’errore come fonte di stupore e pensiero.

Vox Zerocinquantuno 30 dicembre 2019

Foto: Vox Reading

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