Europa: l’assente ingiustificata della geopolitica mondiale, di Riccardo Angiolini

Non è passata che una manciata di giorni dall’inizio dell’anno nuovo e, con grande apprensione da parte del mondo intero, l’eco dei festeggiamenti è stato rimpiazzato dal cupo rimbombo delle armi. Alle prime luci dell’alba del 3 gennaio, il generale iraniano Qasem Soleimani è stato assassinato mediante l’utilizzo di un drone militare presso l’aeroporto internazionale di Baghdad assieme ad altri uomini dei suoi ranghi. L’azione militare, patrocinata dal presidente americano Donald Trump, ha destato forti tensioni e clamore internazionali, nonché una controffensiva missilistica iraniana che ha visto colpite, l’8 gennaio, due basi militari statunitensi in Iraq.

Un botta e risposta a suon di esplosioni e distruzione che ha avuto inizio con l’assalto all’ambasciata americana a Baghdad il 31 dicembre scorso e che, fortunatamente, sembra essersi momentaneamente quietato. In seguito al raid missilistico comandato dal presidente dell’Iran Ali Khamenei, che secondo le fonti americane non avrebbe prodotto vittime, la controversia pare essere rientrata entro i limiti della diplomazia. Le dichiarazioni successive di Trump hanno difatti tranquillizzato il mondo e il mercato, paralizzato in seguito alle due offensive, scongiurando successive iniziative violente contro l’Iran.

Nonostante ciò, questo accenno di crisi internazionale potrebbe aver acceso numerosi interrogativi e più che leciti dubbi nei confronti delle diverse diplomazie del mondo. Se da un lato infatti è bastata una breve intervista mattutina al presidente Trump per stemperare animi e tensioni, è stato pressoché patetico ed insignificante il contributo dell’Unione Europea nei confronti di tale vicenda, la quasi totalità delle potenze europee si è espressa in modo estremamente insipido. Soltanto successivamente alla convocazione d’urgenza di una riunione per i ministri degli esteri europei, l’Unione ha esplicitato la sua posizione a tal riguardo e scoraggiando qualsiasi azione militare.

Tuttavia, preso atto di questa auspicabile espressione di non belligeranza, le dichiarazioni rilasciate dai rappresentanti politici dei singoli stati hanno lasciato a desiderare. Il ministro degli esteri britannico, forte del consenso conservatore riconfermato alle recenti urne, si è limitato a lanciare un appello alla calma, riconoscendo tuttavia le ragioni dell’assassinio del generale iraniano. Da Berlino e da Parigi sono giunti simili suggerimenti per scongiurare un escalation di violenze, eppure gli stessi francesi hanno ribadito come non sia loro compito schierarsi da alcuna delle due parti.
Se possibile è stata ancor più timida la risposta dell’Italia alla crisi momentaneamente rientrata: da Di Maio, e da Conte sono sì giunte voci contrarie ad ogni iniziativa militare e propense al dialogo, ma con ampio ritardo rispetto all’accadimento dei fatti. Almeno adesso, a braci ormai consumate, gli esponenti governativi del nostro Paese hanno deciso di opporre l’opinione pubblica al gesto quanto mai azzardato del presidente, nonché nostro alleato militare, Donald Trump.

Si potrebbe pensare che, in una vicenda riguardante USA e Iran, l’Europa non debba premurarsi di intervenire e giocare il proprio ruolo. Eppure la realtà odierna, nonostante l’avanzata dei sovranismi nel vecchio continente, ci suggerisce che un “non intervento” da parte dell’Unione potrebbe generare serie ripercussioni.
Neanche a dirlo rischiano di andarci di mezzo numerosissimi e importanti interessi economici, proprio a partire dalle fonti energetiche. A tal proposito, le intese che guardano verso oriente sono fondamentali per il nostro Paese e per buona parte dell’UE, e una compromissione in questi termini rappresenterebbe un rischio disastroso per l’economia nostrana. Per fare un banale esempio limitato proprio al campo delle risorse necessarie alla produzione di energia, basti pensare che la stragrande maggioranza del petrolio di cui disponiamo proviene da Iraq, Azerbaijan e Iran, mentre quasi un terzo del gas dalla loro alleata strategica Russia.

Economia e non solo, in quanto l’irresolutezza e la perdita di credibilità sul piano internazionale possono compromettere altre situazioni e circostanze a noi più prossime. Le intese italiane con la Libia, ad esempio, sia in ambito economico che umanitario, sono fondamentali per la stabilità del nostro Paese. L’attuale situazione di sconquasso politico, causato dalla contesa di potere fra il presidente Al Sarraj e il generale Haftar, non fa che complicarne le sorti. Il rischio di mostrarsi inconcludenti, inaffidabili e blandi nella gestione delle crisi internazionali è proprio quello di cedere ogni possibilità di influenza e dialogo a Stati ben più risoluti dell’Italia e dell’Ue, in questo caso Russia e Turchia.

In conclusione, in uno scenario politico globale così interconnesso dove risulta difficile districare i vari intrecci di potere, chiarezza, competenza e tempestività sono gli elementi chiavi per far valere le proprie ragioni. Se è un bene che l’Italia e l’UE si schierino spesso e volentieri contro chi da inizio a spirali di conflitti armati, appare essenziale prendere posizione in maniera solida e unitaria. Andiamo incontro a tempi difficili e, se l’Europa non sarà capace di mostrarsi in tal modo, potrebbero sfuggire di mano tante altre controversie a venire.

Vox Zerocinquantuno, 10 gennaio 2020

Foto: unicusano.it

(20)

Share

Lascia un commento