Facile e veloce, di Matteo Scannavini

Lo chiamano “slackactivism”, attivismo da poltrona. Un fenomeno oggi pienamente diffuso che consiste nell’insieme di attività sui social, quali condivisioni, like e pubblicazioni di post, promosse dagli utenti del web in favore di una determinata causa. Il termine di recente conio deriva dall’unione delle parole activism, di immediata traduzione per gli italiani, e slacker, che significa pigro, fannullone. L’accostamento di tali vocaboli produce dunque un lampante esempio di ossimoro degno di un manuale di figure retoriche. Eppure nella mente dello slacktivist potrebbe davvero esistere la convinzione che basti per esempio il click di una firma online per salvare le balene o un post d’indignazione ben confezionato inneggiante a fantomatiche discese in piazza per scuotere gli animi e cambiare il mondo.

Nella sua peculiare forma di “impegno politico”, lo slacktivist si farcisce di buoni propositi a condizione che siano gli altri a rispettarli o, ancora più frequentemente, si limita a criticare aggressivamente situazioni senza proporre provvedimenti risolutivi di alcun genere. Non fa sostanzialmente nulla per contrastare realmente il sistema di cui si lamenta, ma ha la possibilità di criticarlo. Infatti la diffusione globale dei social ha permesso, tra le altre cose, di poter esprimere le proprie opinioni, moderate o dissacranti, argomentate o meno, sul web in totale libertà. Questa collettiva possibilità di avere voce in capitolo rappresenta indubbiamente un’espansione della democrazia, come dimostrato dal fatto che paesi dove vigono forme di regime, come la Turchia o la Corea del Nord, abbiano applicato importanti restrizioni alla rete. Eppure, l’opportunità di utilizzo di questi avanzati mezzi di comunicazione si traduce frequentemente in sprezzanti e superficiali giudizi, relativi ad ogni questione, che non portano ad un dibattito sensato e costruttivo. Quello che resta è solo il polverone di una sanguinosa lotta tra leoni da tastiera, talvolta coalizzati nello sbranare il personaggio pubblico dell’ultimo scandalo di turno, talvolta in lotta tra di loro per dimostrare chi è il più intelligente.

Foto di Enrico Partemi

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Con queste pungenti parole si espresse Umberto Eco poco più di 2 anni fa, scatenando contro di sé una chiassosa polemica. Ovviamente non esiste un oggettivo criterio che separi gli intelligenti dagli imbecilli e nessuno, per quanto abbia studiato, letto o accumulato premi Nobel, dovrebbe poter stabilire chi “merita” il diritto di parola, altrimenti si rischierebbe di andare contro i principi liberali che caratterizzano la nostra società. Quello che probabilmente intendeva fare Eco, il cui discorso era ben più ampio delle poche parole sopracitate, era una critica all’uso superficiale e scorretto dei social di coloro che ignorano le norme civili del confronto delle opinioni. Confrontarsi è la base della democrazia e i social permettono di farlo su scala globale, tuttavia nel momento in cui il confronto si riduce ad un uomo e il proprio monitor, la persona in causa si sente legittimata a sentenziare qualunque cosa in qualsiasi modo possedendo come unico filtro delle sue parole solo il proprio buonsenso. Ma questo si rivela troppe volte insufficiente, come dimostrano episodi quali il suicidio di Tiziana Cantone. Un commento sprezzante inviato da dietro uno schermo, postato a cuor leggero da un utente, ben distante e protetto nella propria stanza, è costato, ripetuto migliaia di volte, la vita ad una ragazza. Quello che fa più male è che la questione sia caduta nel silenzio perché, si sa, quando la colpa è di tutti è come se non fosse di nessuno.
Questo esempio, come mille altri dai finali meno tragici, è teso a dimostrare che tanto sono brillanti le potenzialità del web quanto ne sono pericolose le degenerazioni, dalla violenza verbale gratuita dei cicloni virali, scatenati come una moda contro il personaggio del giorno, ai numerosi articoli di disinformazione fino alle pagine che alimentano la cultura dell’ignoranza. La velocità con cui possiamo essere messi tutti in contatto non deve essere direttamente proporzionale alla rapidità del parlare senza pensare. Il corretto uso di uno strumento potentissimo come il social network passa, per l’ennesima volta, attraverso l’educazione. Non quella coi libri ricevuta sui banchi di scuola, ma quella che ogni persona dovrebbe scambiarsi reciprocamente ogni giorno, dando agli altri l’esempio nel proprio piccolo. E fare questo, nonostante la più straordinaria tecnologia a disposizione, non sarà mai facile né veloce.

Vox Zerocinquantuno, n 13 agosto 2017

 

#In copertina foto di Enrico Partemi

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