Fai uno squillo quando arrivi, di Stella Pulpo – Recensione di Francesca Colò

Una quantità indefinita di anni fa, sono incappata per caso su un blog; il mondo della comunicazione era per me ancora lontano, quindi ero del tutto ignara dell’esistenza dei mirabolanti algoritmi del web che ti rifilano contenuti in base alle tue preferenze.

Nell’articolo una ragazza raccontava del suo incontro in un supermercato con un bell’uomo di colore. Ho subito pensato che l’autrice fosse esilarante e, in un solo pomeriggio, ho letteralmente snocciolato tutti i suoi racconti. Perché è questo che sono i suoi contenuti: delle vere e proprie storie narrate.

Non so quanti anni siano passati, ma da allora non mi sono mai persa un suo post. Stella Pulpo, nota ai più come Memorie di una Vagina, è diventata una specie di guru per tutte le donne disinibite e che non si prendono troppo sul serio, single o accoppiate che siano. Stella Pulpo dice, da anni, tutto ciò che molto spesso le donne non hanno il coraggio di dire. A sua immagine e somiglianza è nata Nina, la protagonista di Fai uno squillo quando arrivi (Rizzoli): una trentenne pugliese dall’orgoglio terrons, trapiantata prima a Bologna e poi a Milano, che lavora nel mondo della comunicazione. Sembra quasi di vedermi tra qualche anno…

Nina è un completo disastro: single per circostanza, circondata da amiche che si sposano e fanno figli – alla faccia del femminismo che presuppone che le donne bastino a se stesse – completamente sfiduciata verso il genere maschile e, peggio del peggio, ferita irrimediabilmente dal suo primo grande amore, PDM, che per dodici lunghi anni tanto l’ha amata ma altrettanto l’ha distrutta. All’improvviso nella vita di Nina arriva Giovanni, tipico salentino con la spocchia che apparentemente non è il suo tipo. Contrariamente alle aspettative, i due stanno davvero bene insieme, tanto che la protagonista sente di essere finalmente pronta a chiudere il capitolo PDM. Sarà il ritorno a Taranto per le vacanze estive a creare totale scompiglio: ci saranno ritorni, si riapriranno vecchie ferite, se ne creeranno di altre, fino al raggiungimento di una nuova consapevolezza.

Fai uno squillo quando arrivi è un romanzo leggero, ma che allo stesso tempo ti catapulta nella vita sentimentale di una donna nella quale un po’ tutte potremmo identificarci. Tutte abbiamo avuto un amore che ci ha fatte a pezzi, trascinandoci per anni a fondo, costringendoci a leccarci le ferite e trovare dei palliativi al nostro dolore. Il problema di Nina è il suo essere recidiva, come se traesse un qualche piacere dall’autolesionismo emotivo che decide volontariamente di perpetrare, nonostante tutti intorno a lei cerchino di farle aprire gli occhi.

Fino a quando è lecito farsi del male, pur di seguire il cuore invece che la ragione?

Stella Pulpo (foto dalla pagina Facebook dell’autrice)

È la protagonista stessa che ce ne parla, in un certo senso rendendo prevedibile lo sviluppo della narrazione, che tende a rallentare e a perdere l’esuberanza degli inizi a scapito, a volte, di lunghi e ridondanti viaggi interiori, proprio a riflettere lo stato d’animo di Nina. È invidiabile la capacità dell’autrice di immergersi in frasi e periodi tutt’altro che brevi, senza però far perdere al lettore il filo del discorso. Il colpo di scena finale dà alla storia un nuovo sprint, utile a non rendere banali gli ultimi capitoli e a risollevare la figura di Nina, non relegandola all’ennesimo personaggio femminile duro sulla carta, ma molto meno nella vita reale. Un po’ come tutte noi, in fondo.

Un finale degno della storia, perché Fai uno squillo quando arrivi è un libro che ci parla non solo d’amore, ma anche della Puglia, del nord Italia, della vita dei fuori sede e di musica, protagonista indiscussa e imprescindibile della vita di Nina. È un romanzo ironico, sagace, piccante quando serve e, in alcuni momenti, incredibilmente crudo. Ciò che l’autrice sa fare meglio, è raccontare i sentimenti: riesce a metterli nero su bianco con una limpidezza tale da far pensare, tra sé e sé, che è proprio quello il modo in cui ci si sente. Finalmente qualcuno è riuscito a dirlo a gran voce al nostro posto, perché, la maggior parte delle volte, quello che ci manca sono proprio le parole per farlo.

“Si può morire di rimpianto? Forse sì. Perché il rimpianto è spietato, il rimpianto è amaro, è una cosa che ti toglie il fiato, il rimpianto; una grana, una rogna, una cattiva abitudine dello spirito; un’emozione che nasce, esiste e muore dentro il passato, sfuggendo a qualunque possibilità di azione e reazione, di modifica, sottraendosi per definizione al potere volitivo che esercitiamo sulle nostre esistenze. È una merda il rimpianto e, se non si cura, si può morirne, penso proprio di sì.”

Vox Zerocinquantuno n.12, luglio 2017


Francesca Colò è laureata in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale presso l’Università di Bologna. È da sempre interessata alle problematiche di genere e alla condizione femminile. Appassionata di serie TV, cerca di unire l’attenzione verso le donne a quella nei confronti dei mass media e dei loro prodotti.


#In copertina foto da Instaview.xyz

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