Fascismo e tortura a Bologna di Renato Sasdelli, di Maria Laura Giolivo

Renato Sasdelli, professore d’Ingegneria in pensione, presenta il suo secondo lavoro storico dopo quello sulla violenza alla facoltà di ingegneria di Bologna durante la seconda guerra mondiale. Si occupa della Resistenza per scelta civica e politica ma soprattutto per passione. Questo però non deve trarre in inganno perché, lungi dall’ essere un passatempo, l’autore si approccia all’argomento di questo suo ultimo libro Fascismo e tortura a Bologna con studio attento e zelante. Grazie ad una grande quantità di documenti inediti raccolti tra l’Archivio di Stato di Bologna, quello di Roma, l’Istituto Gramsci e altri ancora, è riuscito a reinventare la storia della Resistenza bolognese e addirittura a proporre nuove ipotesi interpretative.

Il libro tratta principalmente i temi della violenza e della tortura in rapporto alle varie fasi del fascismo. La violenza, elemento caratterizzante del regime, nel tempo subì un’evoluzione: la sua manifestazione nei primi anni ebbe aspetti molto diversi rispetto a quella praticata negli anni centrali del regime o nel biennio ’44-’45. Se all’alba del “ventennio” venne usata con maestria nella misura in cui serviva principalmente per far intendere all’esterno quanto fosse solida l’unione all’interno del paese e che non vi fossero oppositori al progetto fascista, negli anni della Repubblica Sociale, la violenza rappresentò l’estrema manifestazione di una potenza ormai in declino: provocando dolore e morte ai nemici il regime affermava la propria esistenza.
In generale, possiamo sostenere che la violenza rimase sempre  motivo fondativo del fascismo il quale la intendeva come uno strumento di propaganda che, ad ogni buon conto, riuscì ad “affascinare” anche altri Paesi europei.

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Intesa come la diretta conseguenza della violenza ma anche come la sua massima espressione, la tortura soprattutto negli anni finali della RSI, rappresentò il più grande strumento di persuasione ed estorsione delle notizie. Proprio a testimonianza di ciò, l’autore racconta di un interrogatorio subìto da un giovane partigiano che, dopo aver fatto i nomi di tutti i compagni, cominciò a citare anche persone che non erano coinvolte sfinito dalle “pressioni” dei carcerieri. Il ragazzo venne poi ritrovato morto il 21 Aprile del ’45, giorno in cui venne liberata Bologna, raggiunto probabilmente dalla vendetta partigiana.

Molti altri episodi vengono svelati e analizzati meticolosamente dal nostro autore grazie ai numerosi documenti inediti presi in esame, come la battaglia di Porta Lame considerata forse la più grande battaglia urbana della storia della Resistenza europea. Qui si erano dati appuntamento circa trecento tra i migliori combattenti partigiani della zona certi che gli alleati fossero ormai alle porte della città, cosa che in realtà avvenne solo due mesi più tardi. Questo tragico errore costò la perdita della clandestinità per tutti i combattenti e rese pressocchè impossibile ai partigiani continuare a nascondersi in città.

Ma ciò che sdegna principalmente il lettore, è la mancata sanzione dei fascisti per i loro crimini. Il professor Sasdelli, alla fine delle sue ricerche, fa rientrare in un misero 2% i fascisti di Bologna condannati e questo numero così basso rappresenta una fotografia fedele della situazione del Paese che, in molte altre città, registrò più o meno la stessa percentuale.

Fascismo e tortura a Bologna non solo offre un quadro inedito della Resistenza bolognese ma invita anche a riflettere sulle difficoltà che tutte le democrazie stanno affrontanto ai giorni nostri.

 

Vox Zerocinquantuno n 10, Maggio 2017

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