Febbre di Jonathan Bazzi. Recensione di Matteo Scannavini

Jonathan Bazzi esordisce con uno dei titoli più chiacchierati dell’ultima finale del premio Strega. Febbre (Fandango, 2019) è un romanzo autobiografico e contemporaneo, crudo e urlato, il coraggioso sfogo di un vissuto sofferto e intenso ancora prima che un’opera letteraria.

Bazzi è uno studente di filosofia e insegnante di yoga emerso da Rozzano, comune dell’hinterland milanese considerato non a caso il Bronx d’Italia. Nato dalla disattenzione di una giovane coppia, vive la sua infanzia tra povertà e degrado, in un contesto sociale già opprimente e ancor più nocivo per un bambino che soffre di balbuzie e sa di essere omosessuale fin dai 6 anni. L’11 gennaio 2016, quasi 31enne, viene colpito da una leggera e instancabile febbre che non lo abbandonerà mai. Dopo una tormentata fase di analisi e incertezze, arriva la diagnosi: HIV, non più la sentenza di morte degli anni ‘80 ma comunque un’insidia con cui fare i conti per una vita intera.

La prima inquadratura tematica per presentare Febbre non può infatti sfuggire all’etichetta che Bazzi stesso si è consapevolmente addossato, quella di scrittore sieropositivo. Lo ha fatto a fine 2016, con la pubblicazione di un discusso articolo in cui metteva a nudo la propria positività all’HIV. Con Febbre, Bazzi ha quindi ribadito il proprio ruolo di pubblico interprete nella lotta alla percezione comune del virus, ancora fortemente stigmatizzato nonostante le terapie moderne permettano di conviverci al modesto prezzo di una pillola al giorno. L’orizzonte tematico dell’HIV resterà inevitabilmente a lungo il riferimento principale alla figura di Bazzi, per quanto leggendo la sua opera prima si trovi un vissuto ben più profondo, in cui il virus occupa un ruolo minoritario dentro un ampio spettro di sofferenze.

Febbre si compone di un’alternanza tra due filoni: quello presente, di confronto ansioso con il proprio stato di salute, e quello passato, in cui, con lo sguardo forgiato dalla maturità e dall’emancipazione, l’autore riosserva il disagio delle sue origini di emarginato tra gli emarginati, di quella Rozzano da cui oggi è così distante ma ancora indissolubilmente legato. La descrizione dell’infanzia è la parte di maggior efficacia narrativa del romanzo, dura e realistica, con qualche caduta nel vittimismo giustificabile considerando che il racconto del protagonista è vero e personale. La storia tra i suoi giovani genitori finisce con la stessa fretta con cui lo hanno concepito, e il piccolo Jonathan si ritrova a crescere tra le due famiglie di nonni, l’una lombarda e l’altra campana. Se la madre Concetta, nonostante i limiti, conquista con la forza e i sacrifici una dimensione eroica agli occhi del figlio, il padre, un immaturo poliziotto, recidivo nel trattare donne da principesse per circa un anno per poi disinteressarsene, si fa sempre più assente al punto da meritare uno spietato giudizio di apatia totale.

Nonostante vada riconosciuto l’interesse in termini di contenuto, lo stile narrativo di Febbre è probabilmente sotto gli standard di un’opera finalista del premio Strega. Accumulando in oltre 300 pagine frasi coincise, Bazzi ottiene per risultato un insieme di periodi telegrafici e quasi esclusivamente paratattici che richiamano la retorica di un post piuttosto che di un romanzo. Sempre in merito allo stile, non mancano le volute asprezze: che si tratti di descrivere i personaggi grotteschi di Rozzano, delle pratiche sessuali poco convenzionali, o la paranoia di un malessere non identificato, Bazzi non lesina dettagli. L’autore si espone, provoca e impressiona per ribadire l’assoluta e trasparente consapevolezza della propria identità e storia, rendendo l’eventuale disagio un problema esclusivo del lettore. Da tempo lo scandalo non è più una preoccupazione per lui, abituato dalle violenze di Rozzano a farsi scorrere addosso i giudizi degli altri.

In una società sempre pronta a produrre e scannare idoli e infami alla velocità di un clic, Jonathan Bazzi non si cura di shit storming e glorificazioni, rifiuta il giogo del silenzio e del pudore e imprime se stesso in un romanzo che racconta di povertà e resistenza, ansia e coraggio, violenza e amore. Perché giustizia è che almeno tutti sappiano la verità.

Vox Zerocinquantuno, 8 settembre 2020

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