Foibe: una tragica memoria che purtroppo ancora divide, di Riccardo Angiolini.

Da quando si è istituzionalizzato, nel 2004, ogni 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo. Un ricordo rivolto agli esuli italiani che, nell’immediato secondo dopoguerra, furono costretti ad abbandonare le loro vite ed emigrare dall’Istria, dalla Dalmazia e dal Quarnaro. Assieme agli esuli giuliani, nella Giornata del Ricordo si vuol rendere giustizia e dovuta memoria alle migliaia uomini, donne e bambini, militari e civili, che vennero uccisi dalle truppe partigiane del generale Tito quelle circostanze. Tali eccidi vengono oggi ricordati col nome di massacri delle Foibe, in quanto la modalità di occultamento dei cadaveri, e più raramente d’assassinio, consistette nel gettare i corpi in queste formazioni geologiche tipiche della regione.

Il Giorno del Ricordo è dunque di una ricorrenza che dovrebbe riunire un’intera nazione nel cordoglio e nel ripudio della guerra. Troppo spesso però, soprattutto in tempi recenti, quest’occasione ha assunto più che altro un significato controverso, talvolta sfruttato da alcuni sconsiderati per “giustificare” l’operato del regime fascista. Anche in maniera molto più blanda, la tragedia delle foibe è stata sfruttata da un’ala politica italiana per sollevare le coscienze popolari e rafforzare la moralità della propria fazione. Questa tendenza però, fin troppo nota a noi italiani, rischia tutt’ora e ha già generato dei veri e propri mostri, che proiettano ombre d’odio negazionista su un passato tragico.

Innanzitutto, al fine di non generare ulteriori odi, sarebbe sempre bene contestualizzare storicamente i fatti. Sebbene i massacri delle foibe non sono giustificabili in alcun modo possibile, è anche tristemente giusto ricordare il perché della presenza italiana in tali aree. Alcune regioni dell’ex penisola jugoslava infatti, come l’Istria e la Dalmazia “irredente”, passarono sotto la dominazione del Regno d’Italia soltanto alla fine della Prima Guerra Mondiale. Tali zone furono di fatto rimpolpate di una presenza italiana mal sopportata dalle popolazioni autoctone, inasprite poi ulteriormente dalle dure politiche di repressione e “italianizzazione” di questi territori in epoca fascista.

A partire dall’armistizio dell’8 settembre 1943, quando alla resa italiana succedette la disgregazione del Regio Esercito, le milizie di resistenza locali adottarono politiche di violenza a loro volta. Non solo nei confronti delle truppe ma anche dei civili italiani ormai lì insediati. Fino al 1945, quando si assistette all’esilio di massa di circa 300.000 italiani (questa almeno è la cifra stimata), le truppe rivoluzionarie autoctone e di Tito compirono numerosi eccidi, fra esecuzioni sommarie e deportazioni in campi di prigionia jugoslavi, che ebbero il proprio esito nelle foibe. Le stime degli infoibati italiani sono estremamente incerte a causa di una sostanziale mancanza di documenti, anche se i maggiori e più seri studi le collocherebbero fra le 5 e le 11 mila.

Una vera e propria pulizia etnica messa in atto contro quegli italiani che, pur non per loro diretta responsabilità, erano considerati invasori quasi al pari dei nazisti in Italia. È ingiusto e impossibile cercare di far ricadere la primaria responsabilità dell’accaduto ad una sola fazione: la colpevolezza di queste ed altre violenze sono tutte ugualmente da condannare assieme ai rispettivi mandanti. Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che, in quel particolare frangente di guerra, soprusi e brutalità di questo genere si siano verificate in un solo verso. È l’odio di tutte le parti entrate in gioco in quella folle guerra il vero responsabile di queste tragedie. E quello, purtroppo, non conosce nazionalità.

Allora perché, a tanti anni di distanza da questa pagina nera della storia umana oltre che italiana, ci si ritrova ancora a dibattere sulle foibe? La triste risposta risiede nel fatto che, per una manciata di consensi, si farebbe questo ed altro. La progressiva polarizzazione delle preferenze a cui si sta assistendo in questi anni, dove o si sta da una parte o si sta dall’altra, ha portato alcuni politici a canalizzare mediante la terribile memoria delle foibe l’avversione verso una fazione politica avversa. Addirittura negli scorsi anni ci si è imbattuti, specialmente sui social network, in agghiaccianti “confronti” fra la Shoah e i massacri delle Foibe, come se l’orrore di un evento dovesse sminuire o addirittura negare l’altro. Per questa ragione prese di posizione ambigue e critiche da parte di alti esponenti delle istituzioni dovrebbero essere evitate, al fine di non fomentare vecchi odi e rivalità che già insanguinarono il nostro Paese.

L’ignoranza e l’approssimazione storica, politica e civile sono piaghe che in primis le istituzioni dovrebbero premurarsi di combattere. Nel giorno del Ricordo, quando si rimembra l’orrore delle Foibe, sarebbe più che mai il caso di comprendere che, a qualsiasi fazione appartenessero, le vittime di simili efferatezze sono tutte ugualmente degne di memoria, degne di rispetto a fronte della loro tragica morte.

Vox Zerocinquantuno, 10 febbraio 2020

Foto: Gabriele D’Annunzio (al centro con il bastone) durante l’impresa fiumana.

(38)

Share

Lascia un commento