Genitori e insegnanti: ad ognuno il proprio ruolo, di Maria Laura Giolivo

Spesso gli insegnati lamentano un senso di frustrazione legato al fatto di sentirsi sempre più isolati poiché abbandonati dalle istituzioni, dai genitori e dagli studenti che ormai faticano a gestire.

E’ vero, i giovani sono cambiati e con loro anche il loro linguaggio che sembra sempre più allontanarsi da quello di insegnanti ultracinquantenni che, secondo le statistiche, risultano essere i più anziani d’Europa.

La ragione di ciò non risiede tanto nel fatto che nel nostro paese i giovani di oggi non vogliano più intraprendere la carriera di insegnante, quanto nel modo con il quale essi vengono reclutati per farlo.

Si ottiene la cattedra tramite concorso pubblico (di per sé piuttosto laborioso) e, una volta superata la prova, si entra in graduatoria in attesa che si liberi un posto che porterà all’assunzione di un nuovo insegnante. Nel frattempo gli anni passano e con essi anche l’entusiasmo che dovrebbe sempre motivare un docente.

Essendo la graduatoria su base nazionale (in quanto è possibile indicare la preferenza indipendentemente dalla residenza) i professori vengono chiamati ad insegnare anche in luoghi molto lontani dalla città d’origine. Per non perdere il posto in graduatoria scelgono di trasferirsi comunque, soluzione che finisce inevitabilmente per scontentare sia gli alunni, che spesso vedono susseguirsi nel corso dell’anno diverse figure prima di arrivare a quella definitiva (poiché l’insegnante accetta il posto e poi chiede il ricongiungimento familiare lasciando la cattedra alla supplente della supplente della supplente!), sia gli insegnanti che invece prendono più seriamente il loro incarico anche se costretti a lasciarsi alle spalle i propri affetti per trasferirsi in un’altra città anche per diversi anni.

Probabilmente un reclutamento dei docenti fatto a partire da una base regionale o distrettuale (come avviene in altri paesi europei) quantomeno ridurrebbe il rischio di insoddisfazione generale e aumenterebbe le probabilità di riuscire a ricostruire una scuola che ponga al centro dei propri obiettivi la crescita umana e culturale degli studenti.

Una riorganizzazione del reclutamento degli insegnati in tal senso non ci difenderebbe in toto da professori o maestri fannulloni che continuerebbero ad esistere, così come esistono lavoratori fannulloni in qualsiasi settore, ma ridurrebbe di molto l’utilizzo di uno dei principali alibi a cui essi solitamente si appigliano: il grave disagio che vivono dovendo essere costretti a lavorare lontano da casa.

Un altro aspetto di criticità della scuola italiana si evidenzia nella non valorizzazione dei propri insegnanti in termini economici: a parità di ore lavorate i compensi degli insegnanti italiani sono nettamente inferiori rispetto a quelli dei colleghi di altri stati europei e paragonabili sono a quelli dei paesi dell’est Europa. La scarsa valorizzazione economica di chi dovrebbe occuparsi di far crescere culturalmente il paese è sinonimo di uno stato che non crede più nella cultura come mezzo principale per l’evoluzione sociale e politica dei suoi cittadini.

Questa noncuranza e trascuratezza riservata al ruolo svolto dalla scuola nella crescita culturale dei giovani è un fenomeno fortemente indicativo di una politica che ha scelto di “domare” le masse con l’ignoranza anziché formare un substrato culturale che determini un elettorato consapevole delle proprie scelte politiche e civili.

Ma non è tutto! Gli insegnanti ogni giorno vanno in scena di fronte al più impietoso dei pubblici. Spesso sono sottoposti alle ingiurie di studenti sempre più sbruffoni e spavaldi e di genitori che ne delegittimano il ruolo di educatori.

Assistiamo allora a fenomeni di vero e proprio bullismo di alcuni ragazzi nei confronti di insegnanti inermi, di cui il web diventa divulgatore virale accentuando così la percezione di un’escalation di violenza che finisce per delegittimare sempre più scuola e professori.

Ma come siamo giunti a tutto questo? Come siamo giunti al ribaltamento dei ruoli fra insegnanti e alunni?

Un’analisi attenta e puntuale di questi fenomeni non può non partire dal ruolo fondamentale che il genitore gioca nell’educazione e nella formazione dell’identità dei propri figli.

E’ evidente che, per svariate ragioni ( vuoi di poco tempo a disposizione per occuparsi dei figli, vuoi per stanchezza per turni di lavoro estenuanti, vuoi per situazioni di disagio sociale…) spesso assistiamo a genitori che si sottraggono al ruolo educativo per ergersi a tutori dell’infallibilità dei propri figli. I genitori tendono a non essere più coloro che insegnano ai propri figli a lottare per ottenere qualcosa ma coloro che giustificano i loro fallimenti appellandosi a ingiustizie subite da parte di insegnanti, amici, colleghi ecc… Nel momento in cui non si accetta il fallimento, automaticamente si finisce per rifiutare qualsiasi giudizio esterno non conforme a ciò che ci si aspettava. Di qui la crescita di fenomeni di alunni che si infuriano con l’insegnante per un voto che ritengono non consono alla loro preparazione e la crescita esponenziale di genitori che, incapaci di sopportare il fallimento dei loro figli, li appoggiano nell’identificarlo come un’ingiustizia subita.

Si è generata una confusione nei ruoli che genera disagio. Agli insegnanti spetta il ruolo di trasmettere la cultura ai propri alunni e di essere esempi positivi di vita, mostrando serietà e passione per il proprio lavoro che non può, e non deve, ridursi ad uno sterile passaggio di conoscenze bensì deve diventare un’occasione per far crescere culturalmente e umanamente i ragazzi, ma allo stesso tempo i genitori devono necessariamente riappropriasi del loro ruolo educativo che deve essere quello di aiutare, supportare, e indirizzare i figli durante la loro crescita insegnando loro a sopportare e rispettare il fallimento perché, solo tramite esso, si ha la possibilità di correggersi ed evolversi sia come uomini e donne che come studenti. Per una società più rispettosa e più consapevole.

Vox Zerocinquantuno n.23, giugno 2018

In copertina foto da Il giornale

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