“Giauguari invisibili” di Rocco Civitarese. Recensione di Francesca Cangini

 

Rocco Civitarese, come il protagonista del suo romanzo, Pietro, ha diciotto anni e frequenta l’ultimo anno del liceo classico di Pavia, come lui è abruzzese e deve sostenere il test per l’ammissione alla facoltà di Medicina.
Il romanzo inizia proprio con l’insuccesso di Pietro Mazzoccone che il test non lo supera e dal lungo flashback cui si abbandona per capire le cause del suo fallimento: ci racconta così l’ultimo anno della sua vita, e di quelle del gruppo dei suoi compagni e amici.

Il ritmo è incalzante, il testo gioca con un sottotesto fatto di pensieri che l’autore rivolge a se stesso con un linguaggio forte, diretto, senza mezze misure, costruito su slogan, inglesismi, neologismi. Testo e sottotesto portano il lettore a contatto con il mondo di pensieri e sensazioni, progetti, tentativi e fallimenti dei protagonisti. I protagonisti, come detto, sono alle soglie dell’esame di maturità, alle prese con gli umori, le passioni, le delusioni e le fatiche dei loro diciotto anni.

Giaguari invisibili “ è un romanzo dalla ricercata (forse eccessiva) costruzione lessicale, con una velocità narrativa che esprime l’età dei protagonisti (e dell’ autore) e una passionalità condivisa di una generazione che cerca un senso a cui affidare le proprie speranze in un futuro che sia degno di nota. I giaguari invisibili (titolo tratto da un verso di W. Szymborska) ci vengono presentati con cura, capitolo dopo capitolo: Giustino, che da anni sta insieme a Laura e sogna di fare il fumettista; Davide, detto Golia, promettente giocatore di basket ma che sulla sua strada incrocia la disinibita Lucilla, e il protagonista Pietro che teme di fallire il test di Medicina, dovrebbe studiare, se non fosse per l’amore nato per Anna. Con loro entriamo nel mondo dell’adolescenza con la sua vitalità, l’incertezza, la confusione e l’irruzione della sessualità, i desideri, le attrazioni e le separazioni, le gelosie, le partite di pallacanestro e le feste notturne, i baci improvvisi e le risse.

Un giovane universo maschile in cui le ragazze attraversano almeno il 90% dei discorsi e si vivono amori così grandi che non possono essere tenuti dentro, un mondo costruito su solitudini condivise ed utopie fuorvianti, con un pesante contrasto tra realtà e sentimenti, sicurezza e spocchiosita’ a nascondere fragilità e difficoltà evidenti. Un mondo terribilmente fisico, superficiale e poco razionale, che si dibatte tra accettazione di se’ e bisogno di essere accettati, confondendo sogni e desideri, in cui l’ esperire ed il vivere intensamente segna l’ inizio e la fine di ogni storia. Un mondo terribilmente complesso ma incostantemente bello, perché autentico, paradossale, persino ridicolo e indecifrabile ma aperto a vita e speranza.

Nel complesso però non sentiamo l’energia dell’opera prima perché non si tratta di un’opera prima, semplicemente una storia di ragazzi e ragazze sulla soglia della vita adulta: obiettivo più standard, ma un po’ prevedibile. Poco spessore, rapporti amicali solo competitivi, privi di quell’amicizia tipica dell’adolescenza, una generica incomprensione maschi/femmine condita da qualche passaggio a contenuto sessuale…dai personaggi ti aspetti sempre qualcosa in più che invece non arriva mai.

Vox Zerocinquantuno n.22 Maggio 2018

In copertina foto da google

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