Giornalisti nella rete, di Chiara Di Tommaso

Gira voce che la figura professionale del giornalista sia destinata a scomparire. Un po’ come il lampionaio, che non ha potuto più accendere e spegnere le luci per le strade, una volta che l’elettricità ha iniziato a correre per i fili. Certo è vero che oggi è sempre più facile avere notizie, sempre più veloce trovarle infatti la rete ha reso chiunque capace di avere aggiornamenti in tempo reale: basta il fatidico “click” per sapere ciò che accade dall’altra parte del mondo o sotto casa propria. Il buon vecchio giornale cartaceo aveva già incassato il primo colpo con l’arrivo nelle case delle televisioni e ora sembra quasi che il web e dei social network abbiano assestato quello definitivo.

Dai dati Censis del 2017 (Censis) si registra che gli italiani che si informano tramite i periodici si sono ridotti al 14,2% e le copie vendute sono passate da 6 a 3 milioni negli ultimi quindici anni. Contemporaneamente Facebook ha acquisito un posto di rilievo, contando il 35% di utenti che utilizzano la piattaforma per avere notizie, che diventa addirittura il 48,8% tra i giovani. I motori di ricerca quali Google e Youtube sono utilizzati rispettivamente dal 21,8% e 12,6%. I telegiornali invece sono riusciti a mantenersi in posizione, con il 60,6%, grazie soprattutto alla tv web, via tablet e smartphone, che permette di seguirli su internet in qualsiasi momento. Questi numeri testimoniano senza dubbio il radicale, rapidissimo e inevitabile cambiamento che è sotto gli occhi di tutti. Cambiamento che consiste in grandi conquiste per la società ma solleva anche serie problematiche. 

Il libero e gratuito scambio di informazioni diventa alla portata di tutti. La velocità di diffusione permette un costante aggiornamento diretto. Ma altrettanto rapidamente si spargono le false notizie, si ripetono comunicazioni imprecise e non dettagliate, si rischia di arrivare a credere di sapere tutto senza effettivamente avere idea di cosa stia succedendo. Le ricerche rivelano che al 52,7% di utenti è capitato di dare credito alle cosiddette “fake news”, ovvero ciò che con facilità può essere stato dichiarato e pubblicato in rete pur non essendo vero. È proprio da queste che spesso scoppiano violente discussioni online, la gente si scatena nascosta dietro uno schermo, e non si distingue più cosa sia in effetti accaduto e cosa sia stato invece lì creato. 

Inoltre, la strumentalizzazione della notizia con lo scopo di indirizzare l’opinione pubblica, caratteristica che comunque appartiene anche ai precedenti mezzi di comunicazione, diventa grazie alla rete estremamente più semplice, sottile ed efficace. È sufficiente un tweet di un personaggio famoso, politico, cantante, sportivo che sia, per influenzare, condizionare o addirittura determinare il pensiero e le idee di migliaia di persone contemporaneamente. Questi nuovi mezzi illudono l’individuo di essere finalmente più consapevole, quando invece sa e può capire molto meno di prima. Questo perché non può essere informazione un post di sette parole come non possono esserlo i commenti sottostanti scritti in tre secondi.

La figura del giornalista non può scomparire. Può cambiare nome, utilizzare nuovi strumenti e deve sicuramente adeguarsi a questa grande trasformazione, ma deve continuare a raccontare, approfondire, permettere al lettore o ascoltatore di comprendere, per renderlo così responsabile e libero di costruirsi il proprio pensiero. 

É un diritto fondamentale l’informazione. Le persone devono conoscere, essere informate, perché ogni cosa, lontana o vicina che sia, ci coinvolge, ci tocca, ci deve interessare. Per questo c’è sempre stato e ci sarà sempre bisogno di qualcuno che continui a scrivere, così come ci sarà sempre bisogno di qualcuno che accenda una candela. 

 

Vox Zerocinquantuno n.18, gennaio 2018

 

 

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