Giulio II: il Papa guerriero, di Maria Laura Giolivo

Giulio II, al secolo Giuliano Della Rovere, nasce ad Albisola, presso Savona, il 5 dicembre 1443 da Raffaello Della Rovere e Teodora Manirolo. Nipote di Sisto IV, viene educato dai francescani. Nel 1471 fu eletto vescovo di Carpentras, in Francia e nello stesso anno fu elevato alla porpora cardinalizia con il titolo di San Pietro in Vincoli. Resse ben 8 vescovadi e nel 1480, in qualità di legato pontificio, fu inviato in Francia dove rimase quattro anni, acquistando grande influenza nel collegio dei cardinali.
Nel 1483 ebbe da Lucrezia Normanni la prima di tre figlie, Felice Della Rovere. Da sempre acerrimo rivale di Rodrigo Borgia, quando quest’ultimo fu eletto papa, Della Rovere cercò rifugio a Parigi, presso la corte di Carlo VIII che incitò ad intraprendere la conquista di Napoli contro il papa.
Fu incoronato papa il 26 novembre 1503 grazie ad intrighi simoniaci con il nome di Giulio II. La scelta del nome si deve tanto al culto di sé (Giulio è infatti il diminutivo di Giuliano) quanto al rimando alla figura di Giulio Cesare a cui cercò, riuscendovi, di farsi accostare.

A quel tempo, lo stato pontificio si trovava in completo dissolvimento, armi alla mano, bisognava in pratica rifondare lo stato.
Giulio iniziò la sua riconquista dei territori pontifici espugnando Perugia e Bologna, sottratte rispettivamente alle signorie dei Baglioni e dei Bentivoglio nel 1506; rivendicò, poi, le città di Faenza e Rimini che erano state occupate da Venezia approfittando dello stato di rivolta esistente in Romagna contro Cesare Borgia. Di fronte alla tenace resistenza di Venezia, Giulio II si fece promotore della Lega Internazionale stipulata a Cambrai nel 1508 alla quale aderirono l’Imperatore Massimiliano, il re di Francia Luigi XII, il sovrano di Spagna e il duca di Ferrara. Grazie a questa coalizione, nel 1509 Venezia viene battuta ad Agnadello e costretta a restituire le città della Romagna.

Medaglia di Giulio II (1509)

Riconquistati i territori italiani un tempo appartenenti allo stato pontificio, il Della Rovere aveva capito quale fosse la condizione fondamentale per assicurare allo stato della Chiesa una effettiva autonomia: scacciare la dominazione francese dall’Italia e promuovere la nascita della Lega Santa, un’alleanza antifrancese che siglò nel 1511 con la Serenissima, la Spagna e l’Inghilterra. Fra il 1510 e il 1512, quindi, il vessillo della crociata, fu alzato contro i Francesi. Le ragioni ufficiali erano la difesa dello Stato di Pietro dai tiranni come Alfonso d’Este – alleato dei francesi – che ne minacciavano la coesione temporale e dagli scismatici – come Luigi XII – che attentavano all’unità spirituale della cristianità. Entrambi erano posti sullo stesso piano degli infedeli, così nel 1510 Giulio II li scomunicò. L’anatema contro il re di Francia circolò in tutta l’Europa cristiana. Il papa vi ribadiva che le azioni militari da lui intraprese in Italia contro i “tiranni locali” rappresentavano la premessa necessaria per poi muovere alla riconquista dei luoghi santi.
La missione in Terrasanta però non ebbe luogo. Giulio proseguì, invece, in quello che era l’obiettivo reale della sua azione politica, ovvero la liberazione della penisola dai “barbari”.
Nell’ambito della dell’ideologia giuliana, la liberazione dall’ingerenza straniera avrebbe rappresentato il corollario di una nuova età dell’oro dominata dalla pace; ma anche un ritorno alla potenza antica (tema assai caro sia al Della Rovere che agli umanisti del tempo), che per l’Italia significava la renovatio emulatrice del passato mitico di Roma.
Luigi XII rispose alla scomunica puntando a creare uno scisma in seno alla Chiesa e a deporre Giulio II. Decise, quindi, di fare leva sulle posizioni conciliariste e sui sentimenti gallicani del clero francese, che condivideva la critica alla potenza terrena dei pontefici e intendeva limitarne l’esercizio da parte di una monarchia papale ormai assoluta. Nel sinodo generale convocato a Tours nel settembre 1510, la discussione verté sulle relazioni tra il papa e il sovrano, con lo scopo di definire canonicamente il diritto del re di resistere alla violenza perpetrata dal pontefice. Era messa in dubbio la legittimità stessa del simoniaco Giulio nel vestire il manto di Pietro.
Allo scontro fra gli eserciti si era aggiunto l’antagonismo fra i prelati, cioè fra il concilio di Pisa, convocato nel settembre 1511 da nove cardinali dissidenti e appoggiato da Luigi XII, e il Concilio Laterano V, indetto come reazione da Giulio II nell’aprile 1512.
L’11 aprile 1512, domenica di Pasqua, le armi ispano-pontificie furono sconfitte alle porte di Ravenna dall’esercito francese. Nella primavera del 1512 il temporalismo pontificio sembrò sull’orlo del tracollo, piegato nello scontro militare contro la Francia e duramente osteggiato dal concilio di Pisa. Ma da tali avversità, il papa guerriero uscì nuovamente vincitore. Il condottiero francese Gaston de Foix morì in battaglia e il concilio pisano fallì miseramente, avversato anche dagli abitanti della città. Nel giugno 1512 l’esercito francese venne definitivamente cacciato dalla Lombardia , sconfitto a Pavia dagli svizzeri.

L’Italia liberata da Giulio II fu il tema dei fastosi festeggiamenti romani nel febbraio 1513. Le manifestazioni rappresentarono la celebrazione della summa di tutti i topoi veicolati dalla retorica pontificia nel corso di tutto il pontificato giuliano, ovvero la figura di Giulio II come liberatore d’Italia, pacificatore e difensore dell’unità della Chiesa, sostenitore del rafforzamento dello stato militare e territoriale dello stato pontificio.
Un paio di settimane dopo, nella notte fra il 20 e il 21 febbraio 1513, Giulio morì. Lasciò una monarchia ecclesiastica solida dal punto di vista finanziario e rinforzata nella sua autorità temporale. Il Della Rovere uscì di scena da vincitore. Il successo politico della Chiesa Romana gli valse la fama mondana. Nonostante già Guicciardini ne avesse messo a nudo nella sua Storia d’Italia le carenze apostoliche (…non riteneva di pontefice altro che l’abito e il nome…), l’immagine di Giulio come eroe d’Italianità ebbe lunghissima durata. Essa rimase impressa nei secoli successivi sino al Risorgimento.
L’opera di rafforzamento dello stato di San Pietro gli procurò critiche, nemici e detrattori ma l’attività di principe secolare gli valse anche un giudizio positivo tra i contemporanei: ne emerge un’immagine ossimorica di un guerriero pacificatore che incarna la grandiosità e la contraddittorietà di questo sovrano pontefice.

Michelangelo Buonarroti, Tomba di Giulio II – Busto di Giulio II, Roma, San Pietro in Vincoli

Le capacità e le ambizioni di Giulio furono regali e militari piuttosto che ecclesiastiche. Fu più preoccupato per la sua fama personale, come membro della famiglia Della Rovere, che per l’avanzamento e l’influenza dell’autorità spirituale della Chiesa. Il suo spirito audace, la sua maestria nello stratagemma politico e la sua indifferenza morale nella scelta dei mezzi utilizzati per raggiungere i propri obiettivi, lo resero la principale figura del suo tempo. Il suo più importante titolo d’onore è comunque da ricercarsi nel patrocinio delle arti e della letteratura.
Dietro ai suoi slanci da mecenate fu però sempre presente un solido intreccio di politica ed arte, con il primario obiettivo di restituire a Roma e all’autorità papale, la grandezza del passato imperiale. Inserito nel il progetto di Renovatio Urbis, fece costruire la via Giulia che attraversava l’intera città; nel 1506 il pontefice decise, inoltre, di ricostruire interamente la basilica vaticana, risalente all’epoca di Costantino. Affidò tale compito a Bramante che seguì i lavori dal 1506 al 1514.

Burrascosi furono i rapporti fra il papa e Michelangelo al quale fu affidato il compito di progettare e costruire la sua monumentale sepoltura da collocarsi nella tribuna della nuova basilica di San Pietro e la statua di bronzo che venne collocata sulla porta principale della basilica di San Petronio a Bologna, andata distrutta fra il 1511 e il 1512 durante il breve periodo di restaurazione del dominio Bentivolesco. Sempre a Michelangelo fu inoltre affidata la decorazione della Cappella Sistina, commissione “riparatrice” per farsi perdonare dell’offesa arrecata all’artista a causa della decisione di sospendere il progetto del monumento funebre.
L’altra grande impresa pittorica del pontificato di Giulio II fu la decorazione di un nuovo appartamento ufficiale , le cosiddette Stanze Vaticane. Affidò la decorazione di tali stanze ad un gruppo composito di pittori fra cui il Perugino, il Sodoma, Baldassone Peruzzi, il Bramantino, Lorenzo Lotto, Johannes Ruysch ai quali nel 1508 si aggiunse anche Raffaello a cui fu affidata la decorazione di tutta la Stanza della Segnatura e la stanza cosiddetta di Eliodoro, usata come camera delle udienze.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016


Bibliografia

        Erasmo da Rotterdam, Giulio, Torino, Einaudi, 2014
Massimo Rospocher, Il papa guerriero, Giulio II nello spazio pubblico europeo, Bologna, Il Mulino, 2015
Claudio Rendina, I Papi, Roma, Newton Compton, 1990
Marco Pellegrini, Il papato nel Rinascimento, Bologna, Il Mulino, 2010

(113)

Share

Lascia un commento