Giuseppe Ferrara: il docufiction per spiegare i misteri italiani di Alessandro Romano

 

Oltre ai generi cinematografici vi sono degli stili per così dire “inventati” dai registi, un gioco di mescolanze e contaminazioni, accompagnate spesso da un determinato genere musicale.

Ma per quante possano essere le influenze e la complessità artistica, c’è sempre un punto da cui partire: fare il regista nasce dall’esigenza di raccontare una storia. E le storie hanno un bersaglio, il pubblico da “colpire”.

Ferrara amava mescolare la fiction a immagini di cronaca e aveva due obiettivi ben precisi. Il primo era l’intelletto, voleva dire che ciò che raccontava era lì, in quel momento, intorno a noi; il secondo era composto dalle coscienze, di chi sapeva ma non parlava, ma anche di chi non si informava o lo faceva troppo tardi, quando l’eco delle stragi era così forte per non esserne coinvolti.

Regista di cui si parla poco, scomparso l’anno appena trascorso, all’età di 84 anni, ma Ferrara è colui che ha diretto Il Caso Moro (1986), ineguagliabile ricostruzione di una delle pagine più importanti e sconvolgenti del nostro secondo dopoguerra. E il miglior Giovanni Falcone finora pervenuto al cinema italiano, è proprio il Michele Placido diretto dallo stesso nel 1993.

Pellicole di “drammatica bellezza”. Ossimoro inevitabile, per l’amarezza, il senso di impotenza che deriva da uno Stato inerme di fronte al martirio dei suoi figli più coraggiosi. Quel senso di vuoto, quando sai che i primi della classe sono usciti dall’aula e che il livello del confronto, della discussione, sarà inevitabilmente più basso. Il coraggio fa posto alla retorica, e il coraggio non è solo nel fare le cose, ma è anche nel dire le cose che andrebbero fatte.
E dall’altra parte dell’ossimoro c’è la bellezza, perché le ricostruzioni degli eventi sono precisi e puntuali, il livello dei dilaghi è notevole e aderente ai personaggi. I protagonisti sono sempre di alto livello, ed anche il ritmo è incalzante, con scene persino crude, tali da ricordare il poliziottesco anni ’70.

Ma la vera anima di questo regista era documentarista, con una produzione di più di 100 documentari, tutti volti all’impegno civile. Ed è un’indole che non lo abbandonerà mai, come nel primo lungometraggio esclusivamente di fiction, Facce da Killer, del 1975.

Film sulla CIA, ma che porta a riflessioni sul coraggio, sul cosa significhi essere persone che portano avanti una rivoluzione, che sia di guerriglia o pacifica. Da Che Guevara a Pinelli.
Scene di torture che lasciano poco spazio all’immaginazione, che spiegano cosa voglia dire essere davvero impegnati in prima linea. Non solo le ideologie. Resistere a crudeltà tremende, per non tradire i compagni, il sacrificio affinché il cambiamento possa attuarsi.
Primo film in cui vediamo volti noti. Figurano infatti tra i protagonisti anche Adalberto Maria Merli e Mariangela Melato.

Ferrara con Rutger Hauer nei panni dell'Arcivescovo Marcinkus (Foto da ilcinemaniaco.com)
Ferrara con Rutger Hauer nei panni dell’Arcivescovo Marcinkus (Foto da ilcinemaniaco.com)

Costante sarà l’impegno nel raccontare la mafia e i suoi pericolosi reticoli con la politica.
Come il Sasso in Bocca (1969), incentrato sui simboli mafiosi della Sicilia più rurale.
Poi sarà la volta di 100 Giorni a Palermo (1984), film che racconta l’attività del Generale Dalla Chiesa, inviato in Sicilia per la lotta alla Mafia.
Sbarcato sull’isola da eroe nazionale, simbolo della vittoria sul terrorismo targato BR. Ma appena giunto a Palermo si rende conto che “non funziona niente”, costretto a lavorare in uno stato di isolamento istituzionale e privato di poteri speciali. Ma perseveranza e determinazione lo rendono personaggio scomodo.
Anche in questo caso, sarà fedele la ricostruzione degli ultimi istanti di vita, in un attentato che non ha risparmiato la giovane compagna Emanuela Setti Carraro, avvenuto il 3 settembre 1982.

Nel 1992 esce Narcos, la vera storia di tre ragazzi reclutati dall’esercito di killer della mafia colombiana. In una realtà violenta, vediamo, attraverso un addestramento paramilitare, il percorso dei tre per imparare a uccidere e organizzare attentati.
Ragazzi che sognano di entrare in una squadra di calcio per cambiare vita, si ritrovano in realtà a “colpire chiunque o ovunque, basta non essere d’accordo con loro”, i capi dell’organizzazione.
Film raccontato anche per le analogie con gli eventi italiani di quegli anni, come nel caso dei magistrati lasciati soli dalle istituzioni.

Una delle ultime pellicole, I Bancheri Di Dio (2002), è riconosciuta come d’interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano.
Prima dei titoli di testa compare la scritta “Il film è basato sulle fonti storiche finora conosciute”, ed è infatti impressionante la puntigliosità con la quale vengono ricostruiti i fatti.
Lo svolgersi degli eventi in certi punti è veloce e si fa un po’ fatica a tenere l’ordine temporale, ma verso la fine la ricostruzione è minuziosa, con tanto di didascalie che scandiscono gli ultimi attimi della vita di Calvi, il banchiere del Banco Ambrosiano che aveva aperto dei conti offshore per finanziare alcuni movimenti politici, tra cui Solidarność (sindacato polacco, organizzazione simbolo della lotta anticomunista). Nel giro di un anno, il banchiere, si ritrova imbrigliato in un intreccio pericoloso che coinvolge diverse organizzazioni, come lo IOR, la mafia, i servizi segreti italiani e inglesi, le grandi lobby dei banchieri internazionali, la finanza milanese, la P2 e la banda della Magliana. Fino al drammatico ritrovamento del cadavere sul Tamigi.
Nel cast figurano anche Rutger Hauer nei panni di Mons. Marcinkus e Giancarlo Giannini in quello di Flavio Marconi.
Presente anche la figura di Papa Wojtyła che – come enunciato dalla nota all’inizio del film – per rispetto viene mostrato solo di spalle.
Il film è dedicato a Gian Maria Volontè, che nel progetto originario avrebbe dovuto esserne il protagonista, ma a causa di problemi con i finanziamenti, verrà realizzato quindici anni più tardi, nel 2002, quando l’attore sarà ormai scomparso.

Nel 1969 fonda Cine 2000, cooperativa nata proprio per finanziare i progetti ritenuti scomodi dall’industria del cinema e soprattutto dai piani alti del potere italiano.
Oltre a regista, era anche critico e docente di regia presso la Facoltà di “Scienze della Formazione” dell’Università di Perugia. E lo stile da professore permane anche nel suo cinema e nei suoi documentari, come in P2 Story, dove, in modo semplice e chiaro, narra gli “infiniti” intrecci internazionali e politici della loggia massonica di Licio Gelli.
Sarebbe opportuno proiettare i film del “professore” nelle scuole per spiegare cosa sia l’impegno civile, cosa siano stati gli anni del terrorismo, delle stragi, dei grandi scandali finanziari.
Per chi non ha una conoscenza approfondita su determinati argomenti, guardare il cinema di Ferrara significa diramare, in parte, la nebbia che avvolge i misteri italiani.

Vox Zerocinquantuno n.6, gennaio 2017


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

 

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