Gli aspetti irrilevanti, Paolo Sorrentino di Francesca Cangini

Gli aspetti irrilevanti, ventitré ritratti e ventitré scatti in bianco e nero del fotografo Jacopo Benassi. Paolo Sorrentino espone una galleria di volti e di esistenze, piccoli episodi, tante piccole follie, ognuno la propria, tutte diverse, tante scelte da compiere e troppe scelte sbagliate, ostacoli apparentemente insormontabili, farse, commedie, tragedie, momenti di felicità e abissi di dolore, segni di un passato troppo ancorato nel passato per cambiare nel presente e per permettere un futuro.

Partendo dalle fotografie, Sorrentino immagina l’esistenza delle persone immortalate, senza conoscere i loro nomi, le loro generalità, che cosa facciano o abbiano fatto. Durante la lettura mi domandavo l’espressione e lo stupore di quest’ultimi mentre leggevano le storie appartenenti ai loro volti. Immaginate di farvi fotografare e poi leggere cosa immagina uno scrittore guardando al massimo il vostro busto. I personaggi mostrano esistenze opposte, eppure, a mio parere, accumulate da misteri, da errori, da insuccessi o successi che non riescono a renderli mai felici fino in fondo. Elsina Marone, “ancheggiatrice” miliardaria, Peppino Valletta, cantante di piano-bar che vive per il figlio disabile, la campionessa di poker Linda Giugiù, il boss della camorra Salvatore Varriale detto ‘a Libellula, la scienziata di fama mondiale Enza Condé e tanti altri, o la crudele e sofferente portiera Danna Emma. Sono vite, ce lo scrive l’autore nelle prime pagine preparandoci a questa carrellata di esistenze. Egli riesce ad alternare i registri e i contenuti, passando nella stessa frase dal dolore alla felicità, dalla commozione all’ironia, raccontando continue storie di amori spariti in niente, o di amori che conservano solo il nome e non l’essenza, storie di solitudine e di amicizia. Uno stile di scrittura sicuramente sorprendente: sorprendente è come Sorrentino riesce a farci provare sotto pelle quello che i personaggi vivono, riesce a farci immedesimare nel personaggio ispirando in noi odio o simpatia. Sentimenti che cambiano di continuo, anche una sola una frase ci fa cambiare opinione, una spiegazione in più, un qualcosa che non sapevamo che ci fa quasi provare vergogna per il crudele giudizio dato precedentemente. Quanto è significativo questo?! Ci rendiamo conto dei nostri giudizi avventati solo quando lo scrittore scaraventa in noi particolari del passato di una vita spiegandoci, in parte, quello che esso/essa è oggi.

L’inquietudine che vela l’intero libro non mi fa dire che questo libro mi è piaciuto, il disgusto e la tristezza che fa provare lo scrittore lascia in me troppi sentimenti negativi, che non mi lasciano serena. Sorrentino fa rivivere fin troppo quelle vite, sento quasi l’odore delle case putride che racconta, vedo la devastazione nei volti falliti, vedo case tetre e sporche, vite di persone che non sono state in grado di viverle, atteggiamenti meschini. Per quanto ammetta la maestria dello scrittore, è uno stile che sembra assomigliare molto al verismo di Verga che non fa parte dei miei generi preferiti.
I personaggi del libro sono disposti l’uno accanto all’altro e sembrano interagire a distanza, come le figure che compongono un grande, meraviglioso affresco il cui soggetto è la vita, e noi figure non indispensabili, irrilevanti se prese singolarmente ma fondamentali all’armonia e alla forza del dipinto. Un affresco di vita doloroso, commovente, ironico. “Ci sono due tipi di passione. Una non mi piace, l’altra non mi interessa” ma quello che resta, e che sembra interessare lo scrittore e il regista è la magia dell’esistenza umana e l’importanza di non prendersi troppo sul serio.

Vox Zerocinquantuno n.6, Gennaio 2017

 

(68)

Share

Lascia un commento