“Gli sdraiati” di Michele Serra. Recensione di Matteo Scannavini

Negli ultimi 5 anni, “Gli Sdraiati” di Michele Serra ha conquistato file di genitori, offrendo loro tra le sue pagine un terso specchio in cui osservare riprodotte, col solito ironico e florido stile dellautore, le ben conosciute difficoltà comunicative con le nuove generazioni, quegli sdraiati che abitualmente popolano orizzontali i divani di casa tenendo fede al proprio nome.

Il successo tra gli adulti non deve stupire, perché è proprio con lo sguardo del genitore, colui che nel frattempo cerca di continuare a vivere, che la penna di Serra si avventura nel complesso tema del rapporto padre-figlio, scrivendone una storia leggera e brillante, sia per toni sia per lunghezza della lettura.

Un padre di mezza età, scrittore borghese di sinistra, amante dellordine e delle piccole bellezze della vita, racconta i propri sfoghi, frustrazioni, dubbi e speranze nutrite verso limpenetrabile esistenza del figlio, che resta per il lettore uno spettro tra le pagine, una silenziosa presenza, costante come materia del discorso e sporadica come essere fisico; della sua vita non possiamo infatti conoscere niente oltre le sole, disordinate appendici con cui si confronta il padre, le caotiche scie di sporcizia e lavori incompiuti lasciati per casa che tanto fanno esasperare il genitore.

È una storia dai protagonisti senza nome ma di un preciso tempo: oggi.

Feltrinelli Editore

Postero della tramontata era dellimperante pater familias, voce indiscutibile della casa, il nuovo genitore di Serra è il prototipo del tipico relativista etico”, “il dopopadre, che, ad eccezion fatta per una manciata di precetti fondamentali, non può fare a meno di mettere in discussione ogni assetto etico, risultando così incapace di proferire quei tonanti SÌ e NO che avevano contraddistinto la precedente educazione. Meglio? Peggio? Serra non prende una decisa posizione sul tema, ma si limita a constatare una per lui palese differenza rispetto al passato. Gli sdraiatinon è infatti una tavola di comandamenti su come educare i figli. È una riflessione aperta sullessere padre, che interroga continuamente sé stessa, come le aule del parlamento interiore nella testa del protagonista, luoghi di eterno dibattito; lì, la sinistra subisce da parte della destra il continuo rimprovero di carenza di autorità ma, nel succo dei fatti, continua a tenere, anche se non ben salde, le mani al timone della gestione del figlio. Del resto, trattandosi di un personaggio di Serra autobiografico, poteva forse trionfare la componente di destra?

Ad ogni modo, l’orientamento politico dell’autore non è materia del libro, né quindi elemento da rendere oggetto di recensione, a differenza di quel che è stato fatto da più detrattori. Va invece analizzato il punto di vista di questo padre, che, nella sua ansiosa osservazione del figlio e di altre stranezze del mondo moderno, resta sempre molto consapevole di sé stesso: ricorda cosa significa essere giovani, sa bene che esistono parametri, imposti dalla distanza d’età, non sovrapponibili a quelli di suo figlio, tuttavia non è in grado di valicarli, finendo per mal tollerare più o meno passivamente tutti quegli atteggiamenti trasandati del ragazzo, dormiente di giorno e sveglio di notte, ormai sempre più lontano e più difficile da amare.

Questa inconciliabilità è aspra al punto che il padre identifica lannoso dualismo tra Vecchi e Giovani in un vero e proprio scontro bellico, La Grande Guerra Finale, titolo del grande romanzo a cui sta lavorando, trattante lepico duello globale che scoppierà tra i due eserciti generazionali. Nei grotteschi e geniali estratti dell’opera, è protagonista leroica figura di Brenno Alzheimer, alter ego del padre, quindi di Serra, un rispettato alto membro dellesercito anziano che cospira segretamente in favore dei Giovani, consapevole che il futuro appartiene loro per diritto naturale. 

Così, sempre con leggerezza, lautore, rivela come, nonostante l’età, le incomprensioni e le collere, il suo tifo vada alla gioventù: come ogni buon genitore, Serra vuole essere superato lungo la strada dal proprio figlio.

Il suo tormento sta tuttavia nel non riuscire a comprendere, mentre il tempo continua a trascorrere e ladolescenza del ragazzo sembra ancora priva di binari, quale sia il percorso in cui avverrà il sorpasso, al punto dal dubitare sul se e sul quando questo accadrà. Questo umano e spontaneo desiderio paterno oscilla paradossalmente tra laltruismo e legoismo: io, genitore, lascio in eredità al mondo questo mio figlio, che ha ricevuto da me tutto il necessario per avviarsi lungo la propria strada, che lui si costruirà poi da solo, libero, raggiungendo traguardi cui io non sono mai arrivato. Ma quando inizia mio figlio a costruire? E se non succedesse niente?

Questansia di trasmissione dell’eredità è una delle tante sfumature alla base dellessere genitori; nel caso del libro, il mezzo del padre per raddrizzare il figlio e metterlo alla guida del proprio futuro si configura nel protratto, patetico tentativo di portare lo sdraiato ad una passeggiata sul Colle della Nasca. Questidealizzata esperienza di gioventù, è convinto, ristabilirà il rapporto col giovane attraverso un bellissimo percorso naturale dove maturare la saggezza paterna, per poi proseguire verso il futuro con senso di responsabilità.

La scalata di montagna, luogo dove si suda e si tace”, è teatro dellemozionante conclusione della vicenda. Non, come si diceva prima, la conclusione di un libro che vuole sentenziare risposte, ma solo raccontare il mondo di un genitore, saggio, pesante, moderno, preoccupato, fiducioso, logorroico, relativista etico, che prende consapevolezza del tempo che passa e guarda cosa sta lasciando in quel mondo che presto non sarà più suo.

Accettare il divenire con serenità, significa lasciare al figlio, in apparenza sdraiato, la libertà di viaggiare, cadere e imparare in cerca del proprio posto nel mondo.

Nemmeno le nuove generazioni sanno quale sarà questo loro posto, figuriamoci i padri; dev’essere dunque preoccupante per loro vedere come i figli ormai si muovano su un altro campo da gioco, diverso dalla tradizione, e assillante per un figlio essere continuo oggetto di questa preoccupazione. 

Alla fine, quando il futuro diverrà presente, le nuove generazioni di adulti, nel mezzo di furibonde liti con figli sul contemporaneo uso di una dozzina di prese elettriche, guarderanno con nostalgia all’educazione ricevuta dai loro genitori, immemori delle passate incomprensioni con cui loro stessi si erano confrontati. 

Forse non ci sarà alcuna Grande Guerra Finale tra Vecchi e Giovani, ma cambieranno semplicemente le modalità del sordo, necessario e costruttivo cozzo tra l’affettuoso tentativo di controllo degli educatori e l’ardente volontà d’indipendenza degli educati, in lotta con sè stessi alla ricerca del perfetto equilibrio tra erede ed orfano.

Vox Zerocinquantuno n.20, Marzo 2018

In copertina Michele Serra (foto da https://www.cinquecosebelle.it/cinque-interessanti-citazioni-gli-sdraiati-michele-serra/)


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

 

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