Gli sfratti a Bologna: numeri o persone? di Sara Del Dot

 

Italia, 2008. Crisi. Fallimento delle aziende, taglio del personale. Molte persone perdono il lavoro, e non riescono a trovarne un altro. Così, coloro che sono in affitto, non riescono più a stare dietro al canone mensile. E arriva lo sfratto.

Non uno solo, ma tanti, tantissimi, sempre di più, fino a raggiungere la condizione di una vera e propria emergenza casa, una casa ormai precaria, traballante, incerta.

Certo è difficile, per coloro che non ne vengono toccati, interessarsi al chi, cosa, come e perché di una situazione così lontana, anche se riguarda i “signori del piano di sotto”. Ma forse cambierebbero idea, scoprendo che, i signori del piano di sotto, sono tantissimi.

In Italia, solo nel 2015, gli sfratti sono stati 64.676, dei quali la maggior parte (57mila) per morosità. In Emilia Romagna si conta 1 sfratto ogni 324 famiglie.

Detti così, sono soltanto numeri. Per renderli reali e concreti, per dare loro un volto, occhi, mani e voce, non serve lavorare di fantasia o creatività, e nemmeno condurre ricerche approfondite per individuare un target, uno stereotipo.

È sufficiente uscire di casa in una qualsiasi giornata di una qualunque settimana, per assistere a uno sfratto e a tutto ciò che questo comporta. Perché non si tratta di un episodio isolato, che accade una volta ogni tanto.

A Bologna, esattamente come in molte altre città, il numero degli sfratti raggiunge i tre al giorni. Cosa significa? Significa che ogni giorno, in media, tre famiglie rischiano di perdere la casa.

E questo cosa comporta? Comporta la necessità di politiche sociali efficienti che non permettano di finire per strada a persone che non hanno alcuna colpa. Si parla di colpa, certo, perché in Italia l’88% delle famiglie su cui pende una richiesta di sfratto si trovano in una condizione chiamata morosità incolpevole. Essere moroso incolpevole significa non essere più in grado di pagare l’affitto, non per volontà propria, ma a causa di problemi economici derivanti dalla mancanza o perdita del lavoro, pensione insufficiente, affitti del mercato privato proibitivi.

Insomma, questi “incolpevoli”, incolpevolmente perdono il loro diritto a stare in una casa che, come ogni altra cosa al mondo, ha un costo.

Così entra in gioco uno dei diritti fondamentali dell’essere umano: la dignità. Come può esserci dignità senza casa, lo spazio della crescita, della vita stessa? La precarietà di un luogo in cui la stessa vita familiare si sviluppa, mette in discussione tutto il resto, il ruolo di un individuo che non può districarsi all’interno di una società se non ha dove tornare la sera.

In un mondo di politiche abitative che arrancano e cercano in ogni modo di tamponare una situazione di disagio che è già un bel pezzo avanti nell’ottenimento dei requisiti per essere considerato vera e propria emergenza, tanto da diventare classica caratteristica dei giorni nostri, persone senza più scelta trovano un’isola di approdo in piccoli gruppi auto organizzati che intervengono senza lasciare indietro nessuno. Giovani ragazzi universitari, persone solidali, altre famiglie in difficoltà che si attivano per aiutare gli sfrattati a non perdersi del tutto.

Perché, di solito, quando si abbandona un luogo è per spostarsi in un altro. Nel caso degli sfrattati, spesso non c’è nessun “altro posto”.

Così, con un picchetto, si cerca di impedire lo sfratto, o almeno ritardarne l’esecuzione per consentire di trovare una soluzione alternativa. O per attirare l’attenzione delle Pubbliche Amministrazioni, per non permettere loro di dimenticarsi degli ultimi. Una lotta non violenta, spesso silenziosa, in cui persone solidali con la famiglia si frappongono tra la casa e l’autorità giudiziaria. Spesso questo accende i riflettori sulla caparbietà di qualcuno che a finire per strada proprio non ce la può fare, e diverse volte viene messo a disposizione un alloggio di transizione, in attesa di una futura maggiore stabilità. Altre volte, soprattutto in assenza di minorenni in famiglia, l’alternativa diventa, nella migliore delle ipotesi, un dormitorio, e nelle peggiori.. non è difficile immaginarlo.

Vox Zerocinquantuno n 8, Marzo 2017


  Sara Del Dot viene da Trento si è laureata in Lettere moderne e poi in Scienze della Comunicazione pubblica e sociale a Bologna, per poi spostarsi a Milano, dove vive tuttora, per frequentare la Scuola di Giornalismo Walter Tobagi e fare il lavoro dei suoi sogni. Ama follemente la musica e la letteratura europea.

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