Graffiti “perbene” o graffiti “permale”? a cura di Antonella Selva

Sulla nota vicenda del ponte di via Stalingrado “riqualificato” grazie ad una azione filantropica di ripittura artistica a copertura delle precedenti pitture imbrattanti, a dispetto delle apparenze mediatizzate non tutte le opinioni sono unanimi. Ne parliamo con SB, diciottenne bolognese interessato al mondo del writing (che vuole restare anonimo, secondo la pratica diffusa nell’ambiente).
D – Cosa pensi della recente operazione di ripittura del muro di via Stalingrado?
R – Penso che avrebbe potuto anche avere senso se però chi l’ha promossa e chi ha partecipato si fosse almeno dato la pena di informarsi su cosa andavano a ricoprire. La loro è stata una operazione preconcetta: hanno dato di bianco indiscriminatamente, tanto, si sa, le scritte sono “imbrattamento” per definizione.
D – Il tuo quindi è un giudizio che parte dal valore “storico” delle scritte stratificate sul muro?
R – Sì. Onestamente non conoscevo bene i pezzi che sono stati coperti, però so che quel muro, come tutta la zona, era pieno di tag, scritte e graffiti di vecchi writer, stratificate da anni e in alcuni casi da decenni, dunque restituiva una pagina della storia bolognese del writing, indipendentemente dal giudizio estetico che si poteva darne. In sostanza si è allegramente cancellata la storia.
D – E dal punto di vista estetico-artistico? E’ stata una perdita grave? Quelle scritte ti piacevano?
R – Non credo si possa dare un giudizio generale: c’era un po’ di tutto. Faccio fatica a rispondere anche perché ci sono passato più spesso qualche anno fa, prima di interessarmi al writing. In generale mi sembra che quelle scritte non mi avessero mai colpito particolarmente, ma potrebbe anche darsi che il mio occhio non fosse ancora abbastanza esperto.
D – Quindi, se gli organizzatori avessero prima cercato un contatto con i writer e gli street artist che si riconoscono nella pratica della scrittura la “riqualificazione” sarebbe stata più accettabile?
R – Sì, ne sono convinto. Sarebbe uscita una cosa più dinamica e interattiva. Magari non sarebbero state coperte delle scritte importanti, magari sarebbero venuti fuori molti degli autori che avevano materialmente istoriato il muro in precedenza e sarebbero stati anche contenti di rifare i loro pezzi, migliorandoli, perché a quel punto sarebbe stata una cosa legale.
D – Dunque l’illegalità non è un valore in sé…
R – Beh, io la vedo più che altro come un impedimento, ma certo c’è chi l’apprezza… Ma c’è da dire che sono due cose diverse: un’opera fatta in ambito illegale va valutata secondo parametri completamente diversi da un’opera legale. Sono due cose che non c’entrano l’una con l’altra. Il punto è: finché il graffitismo rimane nell’illegalità è difficile che nella visione comune possa affrancarsi dall’etichetta di “imbrattamento”.
D – però magari qualcuno potrebbe rivendicarla, l’illegalità, se ad esempio usa la bomboletta come mezzo per contrapporsi comunque a una società che non apprezza o da cui si sente escluso…
R – Indubbiamente ci sono persone che la pensano così, ma in questo modo non potranno mai uscire dalla dimensione della mera protesta. Perché è ben difficile che il writing praticato nell’illegalità (quindi nella massima fretta, stando sempre attento a non essere scoperto e pronto a scappare) possa andare oltre il throw up*, e di coseguenza è difficile che l’opinione pubblica poi riesca ad apprezzare qualcosa che obiettivamente non può arrivare a grandi risultati estetici. Infatti solo un artista con una grandissima esperienza potrebbe riuscire a creare qualcosa di veramente bello limitandosi a un throw up.
D – E invece, cosa c’è “oltre”?
R – Un intero mondo di pezzi più articolati e complessi, con diverse diramazioni. Ma richiedono tempo, calma e concentrazione, è impossibile farlo in modo illegale.
D – Secondo te perché quegli artisti si sono prestati alla cosiddetta riqualificazione?
R – Boh, erano convinti di migliorare il contesto, immagino. Di certo gratificati dalla visibilità e dall’apprezzamento del pubblico. Da quello che ho visto, comunque, forse solo uno era un writer, gli altri non erano gente che scrive, evidentemente esterni all’argomento. Probabilmente non erano consapevoli di tutte le implicazioni. Pensavano di fare opere migliori, almeno spero che lo pensassero. Però li giudico male perché non hanno neanche tentato di informarsi sul senso di cosa stavano facendo, insomma non hanno dimostrato alcuna sensibilità per l’argomento, sono passati come dei bulldozer.
D – c’è una differenza di valore tra una tag bella e una brutta o tutte vanno difese come categoria?
R – C’è una grande differenza tra tag e tag, e – udite udite! – anch’io sono convinto che esista un discrimine tra imbrattamento e arte.
D – Allora cosa bisognerebbe fare per promuovere l’arte e contenere l’imbrattamento?
R – Creare spazi appositi e legali dove un giovane alle prime armi possa esercitarsi ed esprimersi senza ansia. A quel punto non si sentirebbe più parlare di tag perché se uno ha tempo e calma non si ferma alla scritta veloce ma prova a fare qualcosa di più.
D – Però qualcosa del genere esiste, ad esempio in Salaborsa-ragazzi si organizzano tutti gli anni per gli adolescenti dei laboratori di varie discipline, compreso il graffitismo, e ci sono molte altre iniziative…
R – Sì, d’accordo, ma sono piccoli eventi spot, non c’è qualcosa dove un giovane artista possa esercitarsi, confrontarsi, esprimersi, crescere insomma!
D – Esistono oggi in giro per Bologna delle tag che possiamo considerare arte, secondo te?
R – Sì, ma non molte. Non apprezzo quelli che scribacchiano sui muri sempre le stesse cose banali e non si rendono conto di non fare passi avanti
D – Come ti è nato questo amore per la scrittura come arte? Di solito l’arte astratta è di difficile comprensione!
R – L’interesse mi è nato quando ho conosciuto un mio compagno più grande che scriveva e ho capito che era un modo fantastico per esprimere la propria creatività. E’ come il rap: è immediato, non ha bisogno di interpretazioni, di apparati, è una comunicazione diretta e orizzontale. E’ il modo più popolare per portare il proprio pensiero alla gente: i muri sono visti da tutti e parlano a tutti, senza bisogno di media. Ad esempio, senza offesa per nessuno, credo che un articolo scritto in italiano e accessibile attraverso internet abbia per sua natura meno impatto di un pezzo su un muro: lì non ci sono barriere di lingua, di livello culturale ecc., ti parla anche se non vuoi il messaggio non può essere evitato neppure da chi la pensa diversamente! Pensa alla chiesa della controriforma:
mica per niente ha ricoperto il proprio mondo di affreschi, e quelli di propaganda se ne
intendevano!
Ovviamente per arrivare a un livello di comunicazione artistica efficace c’è bisogno di un percorso di formazione a livello tecnico e artistico e le tag per molti rappresentano una parte importante di questo percorso. Inoltre sono anche un mezzo per diffondere il proprio nome, sono un marchio, un logo.

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016

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