Hereditary – Le origini del male, di Alessandro Romano

Ari Aster, regista poco più che trentenne e al debutto in un lungometraggio, scrive e dirige un horror di classe, architettato con estrema precisione in un anticlimax ove man mano che la storia si arricchisce di dettagli la paura dello spettatore cresce in maniera direttamente proporzionale

Il film si apre con il necrologio di una donna, Ellen Graham matriarca di una famiglia americana apparentemente normale. Durante l’elogio funebre, però, la figlia Annie svela che la donna, di carattere forte ma dall’indole solitaria, con la morte porta via con sé anche una serie di misteri che non le è mai stato possibile decifrare.

Annie (Toni Collette) vive con il marito (Gabriel Byrne) ed i due figli Peter (Alex Wolff) e Charlie (Milly Shapiro).

Uno dei temi portanti del film è l’elaborazione del lutto, nella prima parte è infatti predominante la componente psicologica. La famiglia, pur nel tentativo di restare unita, sarà caratterizzata da un forte rancore reciproco, che porterà i membri ad isolarsi diffidando l’uno dell’altro. Ma oltre all’aspetto psicologico subentra nella trama l’elemento orrifico e una delle peculiarità del film è che, quando cominciano a diramarsi i misteri che ruotavano attorno a Ellen, lo spettatore viene a conoscenza dei fatti insieme ai protagonisti.

Perfetta la regia nelle scelte delle inquadrature, splendido il gioco in parallelo tra la vita reale e le miniature artistiche realizzate da Annie che accompagnano il film tra presente e inquietanti flashback.

Toni Collette si dimostra ancora una volta essere un attrice incredibilmente versatile e Gabriel Byrne (I Soliti Sospetti) è perfetto nel ruolo del padre, nonché elemento più razionale e che cerca in tutti i modi di salvare la propria famiglia.
Ottimi anche i giovanissimi Alex Wolff e Milly Shapiro con quest’ultima dotata di una “maschera” tale da far capire fin da subito di avere un lato sinistro da nascondere.

Il finale risulta in realtà di non immediata comprensione ma per fortuna è facile trovare per internet esegeti che con un occhio più attento e l’aiuto delle parole del regista riescono a dare diverse risposte. Veniamo così a capire che sono diversi gli indizi disseminati lungo il corso della storia e che porterebbero portare lo spettatore (perlomeno se si è appassionati o se si possiede uno stomaco abbastanza forte) a voler rivedere subito la pellicola dal principio.

Film certamente alto nelle pretese, che con le dovute proporzioni porta i vari commentatori a scomodare opere come Shining o L’esorcista o Rosemary’s Baby. In un periodo in cui gli horror cercano prevalentemente di colpirci con colpi di scena/apparizioni improvvise ed inaspettate, qui la paura ha un andamento costante che si insinua gradualmente e con forza nello spettatore.
Riusciamo ad inserire Hereditary in un filone importante anche perché un film “di paura” riesce probabilmente a coinvolgere in maniera più intensa quando il male proviene o “si impossessa” di un familiare. Difficile asserire se sia o meno un assioma, certamente costituisce un modello “vincente” nella storia degli horror movie: quando è coinvolta in senso antagonistico, la famiglia terrorizza di più.

Vox Zerocinquantuno n.25, agosto 2018

In copertina foto da thrillist


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di“Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”

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