Holmes & Watson: un’occasione mancata, di Fabio Bersani

Tra pochi giorni arriverà nelle sale italiane il nuovo film sul più grande investigatore di sempre, il mitico Sherlock Holmes. Il regista Etan Cohen propone una ricostruzione del famoso personaggio nato dalla penna di Arthur Conan Doyle in chiave comica, non a caso nei panni dell’ispettore londinese recita Will Ferrell, attore americano abituato a recitare in ruoli estremamente ironici.

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Cohen disegna l’ispettore della Londra di fine ‘800 come un personaggio profondamente narcisista e sicuro di sé, tanto acclamato dall’opinione pubblica quanto disprezzato dal capo della polizia cittadina. Holmes si troverà di fronte a una delle sfide più grandi di tutta la sua carriera, salvare la vita della regina d’Inghilterra dopo la minaccia del malefico professor Moriarty, intenzionato ad ucciderla. Ad indagare sul caso anche il suo fedele aiutante, il dottor John Watson, impersonato da John C. Reilly. Nel film viene raccontato come particolarmente fortuito il primo incontro tra i due, i quali poi stringeranno un grande rapporto di amicizia e stima professionale, rapporto sempre sbilanciato in maniera grottesca verso il grande ego di Holmes.

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Il lungometraggio di Cohen rappresenta una visione molto personale del noto ispettore di Baker Street. Versione assolutamente rivisitata in chiave ironica, completa assenza di serietà e scene sempre accompagnate da battute o da scenari improbabili nel quale i due investigatori privati sono intenti ad indagare. Lo spirito commediante di Ferrell e Reilly predomina sulla figura dei due ispettori e tende ad appiattire i tratti classici degli Holmes e Watson descritti da Conan Doyle. Il registro dello stile ricorda più il genere demenziale che quello grottesco (non siamo certo davanti ad un nuovo Frankenstein jr.). La storia perde di fluidità, e le battute, così come le azioni dei personaggi, risultano essere più ripetitive che divertenti.
Certo è che tra gli oltre 40 film fatti sulla vita dell’ispettore, forse ci si aspettava qualcosa di più, visto anche il tenore di un cast abituato ad intrattenere e far ridere. Il film perde una bella occasione, quella di vedere il severo ed infallibile ispettore in chiave più leggera ed autoironica rispetto ai lavori autoreferenziali incentrati sull’acume di Holmes.

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Il ruolo che ricopre Watson non si può certo dire innovativo rispetto alla narrazione classica che descrive il rapporto con il carismatico Holmes. Nel film di Cohen infatti è devoto all’ispettore per averlo salvato da una vita senza passioni e averlo istruito nel mondo dell’investigazione. Rimane però il rapporto quasi morboso che Watson ha nei confronti di Holmes, finendo quasi col sembrare un personaggio creato soltanto per dare eco alle imprese dell’ispettore di Baker street, svilendo il ruolo fondamentale che ricopre nei casi di Sherlock Holmes.

Una bella idea riuscita soltanto a metà, Cohen spreca l’occasione di reinventare uno dei personaggi più rappresentati al cinema e nella narrazione gialla. Una copia sterile dei grandi capolavori sulle vicende dell’ispettore che dal 1887 continua ad affascinarci per la sua astuzia e la sua capacità di deduzione, arma che non manca mai nei suoi film, ma che è mancata, assieme ad altri aspetti, in questa sua ultima apparizione sul grande schermo.

Vox Zerocinquantuno 


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

Foto: Five Star Cinemas

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