Hostiles: il western nella sua versione più intensa e drammatica. Di Alessandro Romano

 

 Il western è un genere che continua ad ispirare diversi cineasti, basti pensare a Quentin Tarantino che ha ambientato in quest’epoca i suoi ultimi due film, o ai vari remake usciti negli ultimi anni: “Il Grinta” ad opera dei fratelli Coen, “Quel treno per Yuma” con protagonisti Russell Crowe e Christian Bale o ancora al recentissimo “I magnifici sette”. Per non parlare del fatto che non più tardi di due anni fu “Revenant” a trionfare alla notte degli Oscar. Un film certamente atipico rispetto al solito western ma che ripropone, comunque, l’antico duello tra nativi americani e conquistatori. Hostiles, tra i vari esempi, va sicuramente più nella direzione del film di Iñárritu che in quella del western tradizionale.

Se siamo abituati a pensare a questo genere come alla spettacolarità di battute taglienti e alle capacità quasi “supereroistiche” di protagonisti dalla mira infallibile o ad animi temprati che non si scompongono davanti a nulla, qui invece assistiamo alla sua versione più umanizzata e in un certo senso, quindi, anche più brutale.

Joseph Blocker è un capitano dell’esercito americano ormai prossimo al congedo. Ordini provenienti direttamente dal Presidente degli Stati Uniti lo costringo a scortare Falco Giallo, un capo Cheyenne vecchio e molto malato, prigioniero ormai da diversi anni, affinché possa tornare alla sua terra natia per essere seppellito e poter così riposare in pace. Entrambi vengono ritenuti due macellai, due assassini disumani. Il primo sostiene di esserlo stato per poter adempiere al proprio dovere di soldato, il secondo per spirito di sopravvivenza e per contrastare dunque l’usurpazione delle proprie terre.
Se pare scontato il fatto che tra i due nascerà una sorta di legame, meno scontate sono invece le dinamiche di questo cammino, che verrà segnato da diversi imprevisti e colpi di scena.

Ma ciò che colpisce del film è l’intensità, un western non basato sulla spettacolarità di duelli e scene da saloon, ma che porta invece in primo piano la drammaticità della guerra, qualunque essa sia e a prescindere dai contendenti: le perdite, la paura, la ricerca di una fede in luoghi e momenti in cui si fa fatica a pensare all’esistenza di un Dio e che questi possa permettere agli essere umani di farsi così male l’uno con l’altro. Una violenza e una collera che vanno oltre le semplici contrapposizioni sfociando invece in odio puro: il nemico non va semplicemente abbattuto, va fatto soffrire, così da “legittimare” torture o i massacri di comunità innocenti.

Christian Bale si porta sulle spalle più di due ore di film. È ormai incalcolabile la quantità e varietà di personaggi impersonati dalla star, qui interpreta un soldato duro e freddo ma che sul finire di carriera si scopre più riflessivo ed è ormai esausto di convivere con le continue perdite che le battaglie portano con sé. Un animo che si riscopre nobile a protezione dei suoi soldati e delle persone che deve scortare.
Scott Cooper dopo aver diretto opere di successo come “Crazy Heart” (valse l’Oscar a Jeff Bridges come miglior attore protagonista), “Il fuoco della vendetta” (che vede la prima collaborazione con Christian Bale) e “Black Mass – L’ultimo gangster” (con protagonista Johnny Deep) dirige il quarto film della sua carriera di regista di lungometraggi. Pellicola della quale è anche co-sceneggiatore e co-produttore. Un’opera dunque fortemente voluta e questo si percepisce anche dall’intensità del racconto, degli sguardi e dei silenzi dei protagonisti. Film che probabilmente non eccede di originalità nei dialoghi ma che compensa con una forza evocativa capace di penetrare nell’animo e che difficilmente può lasciare indifferente lo spettatore.

Vox Zerocinquantuno n.21, Aprile 2018

 

In copertina foto da www.rte.ie


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di“Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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