I diritti del lavoratore compromessi dalle leggi di mercato, di Jacopo Bombarda

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 25201 del 26 dicembre 2016, stabilisce in modo fin troppo diretto la legittimità, quale giustificato motivo di licenziamento, del fine di profitto.
Nella decisione si ammette infatti che, laddove il licenziamento sia irrogato per motivi inerenti l’organizzazione dell’impresa, essi non possono essere sindacati, poiché si tratta di scelte facenti capo alla libertà di impresa del datore di lavoro, garantita dall’art. 41 della Costituzione.
Per la verità esiste in Costituzione un bilanciamento ben definito fra la tutela, la protezione e la rilevanza accordate al lavoratore, e l’estensione della libertà di impresa.
Come noto infatti l’art. 41 della Costituzione pone un limite ben preciso alla libertà dell’imprenditore: essa è garantita cioè nella misura in cui non si ponga in contrasto con l’”utilità sociale”.
Il lavoratore e i suoi diritti, viceversa, vengono considerati di ben altro rilievo.
Ci si riferisce in tutta evidenza all’art. 36, relativo ai criteri di determinazione della retribuzione del lavoratore (che deve essere proporzionata alla qualità e quantità del lavoro svolto, ma anche in ogni caso sufficiente a garantire allo stesso e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa); all’articolo 39, che garantisce e disciplina la libertà sindacale; all’art. 40, del pari tutelante il diritto di sciopero.
Ma anche gli articoli della primissima parte della Carta, riguardanti i principi fondamentali, dedicano un’attenzione peculiare al lavoratore: ciò è evidente leggendo gli articoli 2, 3, e 4 (relativo al diritto al lavoro, riconosciuto e protetto dalla Repubblica), nonché lo stesso articolo 1.
Questo dunque il quadro costituzionale in termini legislativi, ma senza esaminare nel dettaglio la complessa e spesso riformata disciplina sui licenziamenti, occorre dire che il licenziamento per motivi economici è sempre stato inteso come “extrema ratio”, la cui legittimità sussisteva solo nella misura in cui la soppressione del posto di lavoro fosse una scelta obbligata del datore di lavoro, non evitabile in alcun modo, e di cui il datore di lavoro era in ogni caso onerato a fornire una prova rigorosa.
Negli ultimi anni, alcuni interventi legislativi, e isolate pronunce giurisprudenziali hanno cercato però di piegare alla logica della libertà di impresa la tutela e forse la stessa esistenza dei diritti del lavoratore.
Su tale solco si inserisce la sentenza citata, che ha, quantomeno, il merito di parlare chiaro, esprimendo un pensiero molto semplice e “di moda”: il profitto, anzi, la “libertà imprenditoriale”, vengono prima dei diritti individuali e collettivi dei lavoratori così come disegnati dalla Costituzione e confermati da anni di giurisprudenza di merito e di legittimità.
A tal proposito, raggiunti dal Fatto Quotidiano il 30 dicembre scorso, i giuslavoristi Vincenzo Martino e Umberto Romagnoli da un lato rammentano come si tratti di una pronuncia che aderisce a una linea interpretativa minoritaria; ma il primo dei due sottolinea come la decisione tenga palesemente conto del clima generale, “sfavorevole ai lavoratori”.
È questo a ben vedere il dato che preoccupa, poiché rischia di farsi strada una tendenza degli organi giudiziari a rendere decisioni sulla base dei voleri di soggetti che non è nemmeno corretto definire attori politici – ma in grado di condizionare le attuali maggioranze parlamentari – piuttosto che nel rispetto di quanto stabilito dalle leggi e dalla Costituzione.
Una tendenza emersa in modo nettissimo nella recente decisione della Corte Costituzionale di ammettere solo due dei tre quesiti referendari proposti da CGIL, escludendo quello sull’abrogazione delle norme a loro volta abrogative dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: non è un caso che gli 8 giudici su 13 schieratisi contro l’ammissione del quesito siano tutti di nomina politica (parlamentare e presidenziale), “capeggiati” da un uomo che rappresenta a pieno il mondo politico, Giuliano Amato.
Le conclusioni sembrano dunque amare per il lavoratore e i suoi diritti troppo spesso compromessi e sottoposti alle leggi di mercato che tuttavia riflettono probabilmente l’indirizzo così mutevole della società contemporanea in cui parole come diritto, lavoro, licenziamento sembrano ormai concetti privi di confini certi nella definizione e nei contenuti.

Vox Zerocinquantuno n 7 febbraio 2017


Per ulteriori  informazioni:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/30/licenziamenti-per-profitto-giuslavoristi-la-sentenza-della-cassazione-da-nuovi-strumenti-ad-aziende-disoneste/3288796/


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge.

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