I giovani nel tempo: classe III A Liceo scientifico statale A.B. Sabin / Istituto Parri : Educazione e sessualità nei Romani di Giovanni Zucchero

L’educazione dei giovani romani era solitamente affidata alla scuola e alla nutrice affiancata dal balio (o pedagogo). Il ruolo della scuola era quello di insegnare ai pochi fortunati materie “ornamentali” come, ad esempio, la retorica e non arti “utilitarie”. Invece il compito del balio e della nutrice era quello di temprare i ragazzi quando ancora si era in tempo per evitare che, una volta diventati adulti ,cedessero al lusso e alla decadenza. Ovviamente anche la figura del padre e della madre contribuivano a formare il giovane: il primo poteva ricorrere all’utilizzo della paura come strumento correttivo, mentre la madre poteva essere indulgente. Al momento delle nozze di una ragazza la nutrice, con la madre, suggeriva gli ultimi consigli alla giovane che poi non avrebbe più avuto la necessità del loro aiuto.

L’età da marito per queste giovani donne, o meglio, bambine, si aggirava attorno ai 12 anni (momento in cui i ragazzi cominciavano a chiamarle signore) il che è del tutto estraneo alla nostra società. Se vogliamo considerare la loro condizione sessuale bisogna considerare che per una ragazza di famiglia ricca era impensabile arrivare al matrimonio non vergine poiché avrebbe intaccato il sangue della famiglia portando un estraneo al suo interno (commixtio sanguinis) ma soprattutto per una questione d’onore e di patrimonio. Poteva però accadere ugualmente ed era il caso di due giovani, promessi sposi, che non aspettavano il momento pattuito per le nozze: in tal caso era necessario spostare il matrimonio in maniera da celebrarlo il più presto possibile. Esistevano però già discutibili metodi contraccettivi come poteva essere la lavanda dopo l’amore, l’utilizzo di diverse e bizzarre ricette, l’utilizzo di una specie di pessario, fino forse all’assunzione di una droga che sembrava essere spermicida e alla credenza che le donne potessero concepire subito prima o subito dopo al ciclo mestruale. Infine erano stati inventati anche metodi per abortire come calpestare una vipera o mangiare uova di corvo e talvolta anche l’utilizzo della “chirurgia” che portava si alla morte del bambino ma anche a quella delle madri per infezione dell’utero. L’aborto infatti non era visto come un reato o comunque un atto violento in quanto il feto non veniva riconosciuto come essere vivente, sebbene i medici greci, fedeli al giuramento di Ippocrate, a volte erano titubanti. L’omosessualità femminile era mal vista, in quanto bisognava preservare la donna dai piaceri con lo stesso sesso, in modo tale che si ricordasse solamente del piacere provocato dall’uomo e portasse avanti il suo compito di madre. Nel corso degli anni, arrivando circa al secondo secolo dopo Cristo, comincia a diffondersi l’idea che l’amore debba essere racchiuso nel matrimonio e che quindi deve progressivamente essere visto come un piacere da limitare o addirittura da abolire fuori dalla sfera coniugali. Per il genere maschile invece, le tappe da seguire erano differenti: compiuti i 12 anni potevano abbandonare i cosiddetti insegnamenti elementari (quindi quelli forniti dalla nutrice e dal pedagogo) e cominciare a fare “tutto ciò che piace ai giovani”. In ambito sessuale c’era molta libertà: si pensi che erano liberi di sfondare la porta di una donna di cattivi costumi accompagnati da una vera e propria banda di adolescenti (i “collegia juvenum”) , per uno stupro collettivo o addirittura partecipare a grandi orge ai banchetti. Nonostante questi atti vandalici e queste azioni deplorevoli l’amore e soprattutto l’attività sessuale era di grande importanza per i romani. Si pensi che gli adolescenti solitamente perdevano la verginità verso i 12 anni: accompagnati dal padre in un vero e proprio locale a luci rosse, consumavano la prima notte con una prostituta che era pagata dal padre, affinché anche il proprio figlio potesse godere del piacere che il sesso portava. L’omosessualità non portava a strane conseguenze ma era semplicemente una “possibilità” che l’uomo poteva tenere in considerazione. Per i romani non c’era un’età legale secondo la quale si diventava ufficialmente maggiorenni ma questa variava a seconda del primo taglio dei baffi e da quando il ragazzo potesse vestire come un adulto. Da questo breve confronto si può facilmente notare come ci fossero discriminazioni all’interno della stessa società tra ragazzi e ragazze ed individuare le vere differenze tra le nostre società occidentali e quelle dei nostri antenati.

Vox Zerocinquantuno n 4 novembre 2016


Riferimento bibliografico
Veyne Paule, “La vita privata nell’impero romano”, Laterza, Roma-Bari 2000.

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