I giovani nel tempo: III A Liceo Sabin e Istituto Parri. Comuni e giovani nel Medioevo di Vito Mannone

Il periodo successivo al 1000, il cosiddetto Basso Medioevo, vede la nascita dei Comuni in Italia, soprattutto nella zona centro-settentrionale della penisola. Questi sono formati soprattutto da associazioni di uomini provenienti dalle campagne, che, prima servi della gleba del signore secondo il sistema feudale, ora nei comuni godono di libertà, non dovendo più sottostare ne versare tributi ad alcun padrone.

Il fenomeno dei comuni si estese anche in Germania e nelle Fiandre, poi successivamente in Francia e Inghilterra, zone con un’economia basata sul commercio a lungo raggio. Dal punto di vista politico, essendo i comuni costituiti da persone socialmente molto diverse fra cui notai, medici, giudici, ma anche artigiani e mercanti, fu favorita la nascita di una classe dirigente detta borghese nettamente contrapposta alla vecchia classe aristocratica. I comuni, liberatisi dal controllo imperiale o dei signori che allora avevano perso tutto il loro potere, andavano via via acquistando autonomia divenendo così unità indipendenti, tali da inglobare le campagne circostanti, utili soprattutto per il rifornimento di materia prime.

Il governo del Comune era affidato a magistrati (consoli), incaricati della reggenza e nominati dal consiglio generale. Tutti cittadini godevano di diritti e si riunivano in un parlamento, ma esistevano restrizioni quanto al sesso (solo i maschi potevano parteciparvi), all’età e al possesso di una abitazione propria. La grande novità dei comuni erano le nascenti università, un’evoluzione dei modelli scolastici di chiese cattedrali e monasteri, in cui si formavano podestà, funzionari di mestiere e amministratori territoriali. Alle università potevano accedere solo i figli di grandi famiglie nobili, sono accrebbe le differenze sociali nei comuni.

Le Università abbracciavano studi quali arte, medicina, diritto e teologia. Tutte queste facoltà davano le basi per lo studio delle sette arti liberali, soprattutto la dialettica. Gli studenti andavano a vivere in casa dei loro maestri e studiavano con loro e da loro imparavano tutto ciò che serviva nella vita.

Le associazioni di maestri di botteghe e mercanti regolamentavano il lavoro, i salari e la concorrenza: le corporazioni garantivano innanzitutto la qualità del prodotto finale, attraverso rigidi controlli, per esempio, e si assicuravano che fra i membri della corporazione non ci fossero concorrenza sleale. Istituivano anche la possibilità di apprendistato, con durata variabile, per i giovani dei 7 ai 14 anni. Questi spesso entravano in competizioni, dato che poi il migliore avrebbe preso il posto del maestro di bottega, sostituendo il vecchio, mentre gli altri sarebbero rimasti al lavorare come operai.

Il giovane del medioevo aveva davanti a sé più strade per il suo futuro: per esempio poteva divenire cavaliere, e perciò si dovevano addestrare fin da bambini; oppure poteva divenire monaco e ricevere un’educazione clericale. Queste due strade erano quelli che solitamente venivano intraprese dai figli dei nobili: era normale che il primogenito divenisse cavaliere come il padre o che governasse al posto di questo; mentre gli altri figli, per evitare di disperdere il patrimonio, diventavano monaci. Ma spesso i valori monastici autentici non venivano rispettati dai figli dei ricchi nobili.
Goeffrey Chaucer nel sulla “Canterbury tales ” quando parla di “the prioress” si riferisce effettivamente ad una figura ambigua che contemporaneamente una priora e una aristocratica che si veste quasi liberamente, va a cavallo o a caccia.

Il giovane medievale non aristocratico poteva sperare di diventare proprietario della bottega in cui aveva fatto il lungo tirocinio (fino a vent’anni) oppure semplicemente lavorarci dentro, nel caso le sue capacità non si fossero dimostrate quelle che il vecchio maestro di bottega avrebbe voluto vedere nel suo futuro successore.
Sicuramente la manodopera in campagna non era mai abbastanza e dunque molti giovani (date le famiglie numerose data anche la forte mortalità soprattutto) si dedicavano al lavoro dei padri, nei campi o come artigiani.

Il destino triste o felice di questi giovani non dipendeva, allora come ora, dalla classe sociale di appartenenza. Ad esempio i giovani contadini erano soliti ricevere le percosse e continue punizioni corporali al fine di spingerli il più possibile all’obbedienza. Ma anche i giovani che andavano a scuola ricevevano punizioni corporali da parte dei maestri. Quindi il loro periodo giovanile dipendeva dagli adulti e da il loro modo di educare.
Alcuni ragazzi, infatti, scappavano andavano a giocare per strada o ad ascoltare i saltimbanchi come ci dice Ottavia Niccoli ne ” Storie di ogni giorno in una città del seicento”.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

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