I giovani nel tempo: III A Liceo Sabin e Istituto Parri.La morte nel Medioevo di Vito Mannone

Il medioevo è un epoca caratterizzata da pesti, epidemie, guerre e quindi anche da un alto tasso di mortalità. Quello che l’uomo medievale ha con la morte è uno strano rapporto che mescola sensi di colpa a una generale tendenza ad affrontare la morte stessa con compostezza.
Egli, nonostante assistesse alla morte ogni giorno, viveva questa condizione in modo tragico: la morte colpiva (colpisce) in modo improvviso, senza spiegazioni e in qualche modo anche misteriosamente.
Era dunque un destino ineluttabile, ma non per questo ci si abbandonava al caos e alla disperazione. Lo storico francese Philippe Aries dice che gli uomini del medioevo si addomesticavano alla morte e che la affrontavano con sicurezza, nonostante i grandi dubbi esistenziali sull’aldilà. Riguardo a questo tema molti artisti dell’epoca parlavano della morte come di un giusto abbandono dei piaceri terreni e le sue continue rappresentazioni erano utile mezzo per esorcizzare la paura.
L’unica sicurezza che il cristiano dell’epoca aveva era che al caos della vita terrena corrispondesse, nell’aldilà, un ordine totale dettato da Dio e che in questa vita ogni sforzo di allontanare i piaceri terreni da parte dei giusti sarebbe stato poi ripagato nella vita ultraterrena.

Prendiamo in considerazione la poesia di un anonimo “Chi vol lo mondo desprezzare”, contenuta nel Laudario di Cortona, nella quale si parla espressamente della morte e della sua ineluttabilità, premendo sul fatto che accomuna tutti mortali e che quindi l’unico modo per non averne paura è una vita ricca di virtù, privata di piaceri terreni e votate interamente alle preghiere. È questo il messaggio che viene poi trasmesso ai giovani che, nel pieno delle forze e dunque naturalmente attratti dai piaceri terreni, dovevano condurre una vita il più possibile casta e rigorosa.

Ne “il trionfo della morte di Buffalmacco”, dipinto attorno al 1340, si vede un gruppo di persone davanti a dei corpi morti. Interessante notare come la descrizione della morte sia dettagliata per impressionare il più possibile l’osservatore e come siano accostate queste macabre figure al gruppo di persone incuriosite e inorridite. Questo contrasto indica la visione della morte come una netta separazione dei piaceri terreni: gli uomini medievali erano eccessivamente attaccati alla vita.
Solo nel XV e XVI secolo il timore di abbandonare la vita si fece più presente con l’avvento di una crescita economica e anche di una generale nell’uomo.

Chi vol lo mondo desprezzare
sempre la morte dea pensare.
La morte è fera e dura e forte,
rompe mura e spezza porte:
ella è sì comune sorte,
che verun ne pò campare.
Ogne gente con tremore
vive sempre con gran terrore,
emperciò che son securi
di passar per questo mare.
Papa collo ‘mperadori,
cardinali e gran signori,
iusti e santi e peccatori
fa la morte raguagliare.
La morte viene com’ furone,
spoglia l’omo come ladrone;
satolli e freschi fa degiuni
e la pelle remutare.
Non receve donamente,
le recchezze ha per nïente,
amici non val né parenti
quando viene al separare.
Contra liei non val fortezza,
sapïenza né bellezza,
turre e palazzi né grandezza,
tutte le fa abandonare.

(Garzo, Laudario di Cortona, XXXVII)

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

Riferimenti bibliografici
-Niccoli Ottavia, Storie di ogni giorno in una città del Seicento, Laterza
-Garzo, Laudario di Cortona, XXXVII

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